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Carlotto e il lato oscuro della provincia

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Quando si parla di noir, il nome di Massimo Carlotto è uno dei primi che vengono in mente. Per tanti motivi. Per le sue storie, i suoi personaggi. La serie dell’Alligatore. L’ultimo romanzo è E verrà un altro inverno, ed è uscito per Nero Rizzoli. Una di quelle storie in cui la gente perbene mostra il proprio lato oscuro in tutta la sua ferocia. Carlotto è un maestro nel raccontare certe situazioni, certi ambienti, certe zone d’ombra. E anche in questo romanzo lo dimostra, pagina dopo pagina. È una di quelle storie in cui persone ‘normali’ a un certo punto attraversano una soglia. Commettono un crimine. In genere sono storie che ci mettono di fronte a una consapevolezza tremenda: ci ricordano che il male fa parte di noi e che le nostre convenzioni sociali, le nostre relazioni, l’ordinarietà delle nostre abitudini, il vestito buono e tutto il resto non sono altro che il nostro modo di tenerlo a bada, quel male. Però, a volte non funziona. La sensazione è che questo ci riguardi un po’ tutti, che, per dirla alla Stieg Larsson, “Non esistono innocenti, esistono solo diversi gradi di responsabilità“. Che è un po’ la chiave di lettura che il noir ci mette a disposizione.

Ma siamo davvero così esposti? 

Esiste una relazione tra crimine organizzato e società, che adesso ha assunto un certo rilievo. Sempre più persone perbene, perfettamente integrate nella società, che non hanno bisogno di delinquere, che non hanno mai avuto rapporti con la criminalità, a un certo punto scelgono di delinquere. Negli anni la corruzione evidente della cosa pubblica ha influenzato in modo negativo il popolo. Una parte delle persone usa il crimine come strumento. Non è che lo farà per tutta la vita, ma solo in quelle poche volte che le sono necessarie per esaudire i propri desideri. È quello che avviene, per esempio, nel caso di certi reati ambientali o finanziari, spesso considerati marachelle dalle nostre parti, mentre negli Usa ci finisci all’ergastolo. La corruzione spinge sempre più persone normali a commettere questo tipo di reati. 

Quali sono le cause scatenanti? 

La prima credo sia il dolore, che quando è forte porta all’autoassoluzione. È il caso di uno dei personaggi di E verrà un altro inverno. La seconda, direi il fallimento esistenziale, diventato ormai un marchio indelebile. 

Motivi personali, quindi. Forse un po’ siamo rimasti incastrati in questa prospettiva individualista. Non siamo più in grado di riconoscere una dimensione collettiva. L’aver perso questa prospettiva, che sia di classe, di popolo, di conflitto o semplicemente umana, immagino che abbia offerto grandi opportunità a chi sa come approfittarsene.  Non è così?

L’individualismo in cui questo sistema ci ha costretti, ci impedisce di condividere le cose e la solitudine diventa una piaga. Il fallimento sociale diventa un marchio. Dove manca il desiderio di condivisione si creano contraddizioni insanabili nel tessuto sociale. Bene e male smettono di esistere, perché in questa prospettiva le persone perbene continueranno sempre a percepirsi come persone perbene, a prescindere dal peso delle loro azioni. 

Tra i tuoi personaggi ce n’è sempre stato uno che ha rappresentato in modo letterariamente strepitoso la consapevolezza di questa sconfitta, senza mai scenderci a compromessi. Parlo di Max la Memoria. Lui ha ben chiara dove si trovi la linea di conflitto e sa da quale parte stare. Esiste ancora, da qualche parte, quel punto di vista?

Secondo me sì. E io la vedo come Max. Sono d’accordo con lui nel ritenere che esista una possibilità di riscatto partendo dal basso. Questa politica è fallita, la società è in crisi. I nostri figli ereditano un paese sempre peggiore rispetto a quello di prima. Anche in questo romanzo vedo il tradimento dei genitori, perché nessuno è stato in grado di fare il padre. Qui il problema è il conflitto. I personaggi di questo romanzo non creano conflitto con i maggiorenti, ma delinquono per entrare nelle loro grazie. Ed è questo a renderli sconfitti in partenza. 

Uno dei personaggi che ricorre più spesso nei tuoi libri è il Nordest. Il passaggio da un’economia agricola a un’economia industriale ne ha stravolto l’aspetto, ma la sensazione è che non abbia neppure scalfito i rapporti di potere. In sintesi, chi possedeva le campagne oggi possiede le industrie? 

Sì. Le grandi famiglie. È incredibile, ma sono territori avanzatissimi dal punto di vista produttivo, mentre dal punto di vista sociale sono fermi agli anni Sessanta. Perché questo paese va a velocità diverse. Quei luoghi sono dominati da queste grandi famiglie che schiacciano sotto il tacco un intero settore produttivo, che lavora per loro.  È rimasta una logica padronale. 

Però il miraggio del successo ha lasciato anche disastri dietro di sé. Capannoni abbandonati e linee di credito chiuse, l’ideale per chi arriva con una borsa di contanti da ripulire. Cosa non ha funzionato e cosa sta succedendo oggi?

Quel ceto produttivo non ha fallito, ha delocalizzato. Ora in parte tornano, ma chi ha spostato la produzione all’estero ha lasciato un cimitero di capannoni, dove avviene di tutto. Adesso abbiamo cinesi padroni di laboratori con schiavi pachistani, pagati con salari così bassi che nemmeno i cinesi stessi ci vanno a lavorare. Solo che il capo d’abbigliamento cucito lì poi va in fabbrica, prende il marchio di moda e viene venduto a ottanta euro. Un meccanismo che consente di fare un sacco di soldi. Ovvio che questa economia abbia attirato l’attenzione di tutte le culture criminali, interessate al riciclaggio. Oggi tutto il Nord è terra di riciclaggio. Il Fondo monetario internazionale ha fatto il conto: il Nord ha vissuto meglio la grande crisi grazie all’immissione di denaro sporco. 

Grazie alla sua componente di fiction, il romanzo d’inchiesta è riuscito ad arrivare dove il giornalismo a volte si è fermato. Perché? 

Non è colpa dei giornalisti. Il problema è chi paga la pubblicità. Su un quotidiano delle mie parti è uscito un articolo che riguardava una ditta di acque minerali. Dopo l’articolo, quella ditta ha tolto la pubblicità al giornale. Il meccanismo è chiaro. Poi c’è l’altro meccanismo, quello delle querele. E dato che le testate non difendono più i loro giornalisti, la querela diventa un’arma pesante, capace di mettere a rischio la libertà di stampa. 

Marco Buratti e Giorgio Pellegrini sono due dei tuoi personaggi più noti. Il buono e il cattivo, sebbene con molte sfumature. Rappresentano le due facce della stessa medaglia nel tuo mondo narrativo? 

Sono due personaggi che mi hanno permesso di raccontare quelle storie negate che altrimenti non sarei riuscito a raccontare. Sono funzionali alla mia scrittura. E col tempo sono cresciuti fino ad avere lettori che tifano per l’uno o per l’altro. Mi chiedono “Quando tornerà Pellegrini?”, oppure “E l’Alligatore?”. Ma io parto dalle storie, quindi non so rispondere. Nel caso di questo romanzo, per esempio, nessuno dei due avrebbe potuto avere un ruolo, e così li ho messi da parte, in attesa. Se sono due aspetti della stessa medaglia? In parte sì. Ma Pellegrini è funzionale al potere, l’altro è contro il potere, e questa è la grande differenza. 

Parti sempre dalla storia, quando scrivi un romanzo?

Sì, penso sempre alla storia, per prima cosa. Deve esserci un fatto realmente accaduto. Qualcosa che mi permetta di raccontare l’Italia. Dietro E verrà un altro inverno c’è un fatto avvenuto otto anni fa. Ho raccolto informazioni. Sono andato sul posto. Come sempre, ho cercato qualcuno che mi portasse in giro, che mi presentasse le persone. Ho parlato con la gente del paese. Mi sono messo a osservare, a frequentare i bar. Questo mi ha permesso, con un lungo lavoro, di costruire i personaggi. Per ognuno di loro ho prodotto quasi un quaderno di appunti. Anche per personaggi che compaiono in poche pagine, perché anche loro devono essere credibili. Un lavoro di preparazione molto più lungo della stesura vera e propria, che ogni volta mi permette di pensare molto al romanzo. 

Conclusione di rito: a cosa stai lavorando?

Partecipo anch’io ai festeggiamenti del Giallo Mondadori e a gennaio uscirà un romanzo in quella collana. Si tratta di un’investigazione, ma posso dirti che il personaggio che investiga sarà davvero molto particolare. 

 

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