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Come scrivere un giallo: da Van Dine a Chandler

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Come scrivere un giallo? Una domanda difficile a cui dare una risposta. In questo articolo proviamo a elencare una serie di spunti, lasciati da chi ha tentato di fissare le regole per scrivere un buon giallo. È più o meno con queste parole che in tanti hanno provato a dettare il proprio canone. In alcuni casi, i risultati sono stati degni di nota, in altri meno. Però vale per tutti un solido principio: le regole raccontano un periodo. E volendo avvicinarsi al poliziesco con un piglio storiografico, i vari decaloghi possono dimostrarsi molto molto utili. 

Diciamo subito che di “regole per scrivere un giallo” c’è stata una discreta proliferazione. Il fatto è che questo è esattamente quanto avviene, di solito, di fronte a un fenomeno culturale che, a un certo punto, come spinto da una ventata improvvisa, esplode. Se è vero, per esempio, che il poliziesco nasce come genere letterario identificato da una serie di elementi ricorrenti (struttura narrativa, personaggi con precise funzioni) con la celebre trilogia di racconti di Edgar Allan Poe con Auguste Dupin protagonista (lo sostiene Leonardo Sciascia, quindi è così), è vero anche che storie di questo tipo conquistano l’immaginario e diventano cultura popolare in un lampo. 

E quando accade qualcosa del genere, in ogni ambito, nasce spontanea la necessità di comprendere, creare categorie, proporre orientamenti, tracciare profili, mettere ordine. Dettare regole su come scrivere un giallo.

Come si scrive un giallo, secondo Van Dine e Knox

Uno dei primi a convincersi che fosse necessario fissare nero su bianco il modo in cui bisogna scrivere un giallo o un poliziesco è stato Willard Huntington Wright, che tutti conosciamo con il suo pseudonimo S. S. Van Dine, con il quale ha firmato i romanzi della serie di Philo Vance (interpretato da Giorgio Albertazzi in una serie televisiva prodotta dalla Rai nel 1974). 

Era il settembre del 1928, quando lo scrittore, già conclamato autore di best seller, firmò un articolo sul The American Magazine attribuendosi la facoltà di elencare venti regole per un romanzo poliziesco che tutti gli scrittori avrebbero dovuto seguire. 

Più o meno nello stesso periodo, un altro scrittore sente il bisogno di regolamentare la faccenda. Stavolta è Ronald A. Knox (una curiosità: la A sta per Arbuthnott, proprio come il colonnello di Assassinio sull’Orient Express che, nella versione cinematografica firmata da Sidney Lumet, di nuovo nel 1974, ha il volto splendido e baffuto dell’indimenticabile Sean Connery). Divagazioni a parte (che anno, il 1974), Knox ci regala il suo Decalogo scrivendo l’introduzione al volume The Best Detective Stories of 1928-29. 

Alcune di queste regole sono davvero irresistibili. Per esempio la 3, che dice: “Al massimo è consentita solo una stanza segreta o un passaggio segreto”. Povero Dan Brown, il suo Robert Langdon rimarrebbe disoccupato nel giro di una decina di pagine.

Una delle mie preferite, comunque, è la 5: “Non ci dev’essere nessun personaggio cinese nella storia”. Il motivo di tale perentoria esclusione, a quanto pare, è che in quel periodo ci sarebbe stata una tale diffusione di personaggi cinesi nei romanzi gialli che il “solito cinese” era diventato un cliché più o meno insopportabile.

Ma una delle più violate è sicuramente la 7: “L’investigatore non può essere il colpevole”. E qui, il primo che mi viene in mente è [attenzione gli spoiler fioccano che è una meraviglia] Angel Heart (regia e sceneggiatura di Alan Parker, da un soggetto di William Hjortsberg), ma sono sicuro che la lista è lunga.

E anche la cara Agatha Christie sembra non aver tenuto in considerazione questo principio quando, qualche anno prima che venisse enunciato, ha scritto L’assassinio di Roger Ackroyd (dove il colpevole non solo è colui che affianca Poirot nell’indagine, ma addirittura l’io narrante).

La più ingenerosa è comunque la 9: “L’amico stupido dell’investigatore, il suo “dottor Watson”, non deve nascondere alcun pensiero che gli passa per la testa: la sua intelligenza dev’essere impalpabile, al di sotto di quella del lettore medio”. Povero John, di certo Knox non aveva molta stima di lui. 

Il giallo secondo Chandler

Ma ecco che i tempi cambiano. E nel 1949 arriva il cambio di passo sulla scrittura di un giallo. Tocca a Raymond Chandler, con le sue dieci regole, spiegare come si scrive il romanzo noir.

Da grande scrittore qual è, aggiunge subito una riflessione cardine:

“La per­fe­zione è impos­si­bile. La to­tale fran­chezza di­strug­ge­rebbe il noir. Mi­gliore è lo scrit­tore, più avanti si po­trà spin­gere con la ve­rità e più astu­ta­mente po­trà ma­sche­rare ciò che non può es­sere detto. E non solo que­sto gioco di abi­lità non prevede re­gole mo­rali, ma le re­gole da se­guire cam­biano con­ti­nua­mente. De­vono farlo. Più pas­sano gli anni più il let­tore si fa accorto.”

Le regole cambiano. Ma allora, che regole sono? Qual è il loro valore? E’ davvero possibile definire come scrivere un giallo?

Diciamo che per formazione personale sono più incline a ritenere che nella letteratura, e più in generale, se vogliamo, nell’arte, non esistano regole ma tutt’al più dei principi, buoni consigli. Punti di riferimento che se li segui sai cosa stai facendo, e perché. Ma che in ogni momento puoi scegliere di mettere in discussione, violare, meglio se con la consapevolezza di chi li conosce. 

Al di là di tutto, comunque, cose come il Decalogo di Knox sono una testimonianza. Hanno un grande valore storiografico, perché ci aiutano a capire cosa fosse il giallo in quel periodo. In questo caso, alla fine degli anni Venti. È chiaro che se un racconto poliziesco è concepito come un gioco, una sfida tra scrittore e lettore, allora è necessario che qualcuno dica: «Non barate! Scrivete tutto quello che c’è da sapere senza omettere niente, non inventatevi trucchetti e se siete davvero bravi stupirete il lettore in modo onesto».

È come il gioco delle tre carte. Il bravo prestigiatore le mostra, fa sembrare tutto ovvio e poi, con un abile e rapido gioco di prestigio, indirizza l’attenzione verso quella sbagliata. La soluzione era lì, sotto i tuoi occhi, eppure non l’hai vista. Un artista. Ma se qualcuno dovesse accorgersi di una carta nascosta nella manica, in pochi vorrebbero essere nei suoi panni.

Il poliziesco, quello che noi chiamiamo giallo per via della collana della Mondadori che ha portato in Italia queste storie, pubblicandole in volumi che avevano tutti la copertina gialla, era questo: un gioco, un intrattenimento. Per di più, a prezzi decisamente contenuti. Possiamo dirlo, senza che questo ne sminuisca il valore. Anzi. Perché ha avvicinato alla lettura anche persone che senza quel divertimento, probabilmente, avrebbero fatto altro. Quindi, un merito enorme. Da tenere presente.

Il genere letterario, però, proprio perché diventa un linguaggio accessibile, diventa anche uno strumento efficace per andare oltre il passatempo. 

E proprio per questo motivo è interessante prendere nota del punto 4 nel Decalogo di Chandler, che viene scritto una ventina d’anni dopo Knox e detta il cambio di passo nella letteratura di genere, quando afferma: “La sto­ria noir deve avere un va­lore di fondo, a parte l’elemento mi­ste­rioso. Quest’idea suo­nerà ri­vo­lu­zio­na­ria per al­cuni dei clas­si­ci­sti e pa­rec­chio spia­ce­vole per tutti gli scrittori di second’ordine. Mal­grado ciò, or­mai è affermata. Tutti i noir fatti bene ven­gono ri­letti, spesso molte volte. Chia­ra­mente que­sto non accadrebbe se l’enigma fosse l’unico mo­tivo di in­te­resse per il let­tore”. 

Anche le regole di Chandler hanno un valore storiografico enorme. Perché in questo momento, il padre di Marlowe ci sta dicendo una cosa importante. È come se mettesse un segno, se incidesse una pietra miliare e dicesse che da lì in poi il poliziesco cambia. Inizia cioè ad assumere quelle caratteristiche moderne che saranno esaltate nel momento in cui il noir diventa, ai giorni nostri, la forma letteraria che più di ogni altra riesce a raccontare il nostro contemporaneo, indagando sotto la sua superficie. 

Insomma, il gioco delle tre carte funziona ancora. Ma è diventato lo strumento, non più lo scopo.

Dunque, come scrivere un giallo? Una domanda alla quale forse non sarà mai possibile dare una risposta unica. Di sicuro le regole che abbiamo visto possono darci una direzione, ma sarà l’istinto a fare la differenza.

E questo suona proprio come una regola. O no?

 

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