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Grazia Verasani, le mie indagini tra noir e musica

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Quando un libro è un buon libro, tra le tante sensazioni che affiorano ce n’è una in particolare che arriva subito. Quando in quello che stai leggendo senti qualcosa che parla di te. Un personaggio, un contesto, un fatto, un suono, un movimento, un risvolto della storia, una canzone, una poesia, un’immagine, una frase, una parola. Qualcosa.

I romanzi di Grazia Verasani sono di quelli che questa sensazione te la fanno respirare subito. Certi personaggi ti sembra di conoscerli, in certi posti giureresti di esserci stato, almeno una volta. Magari non ricordi il nome. Ma ci sei stato.

Il suo ultimo libro, uscito a giugno, è Come la pioggia sul cellofan. Sebbene Verasani non sia etichettabile come autrice di genere, perché il suo percorso artistico e letterario è composto da tante cose diverse, la serie dedicata all’investigatrice Giorgia Cantini, di cui questo è il sesto episodio, è sicuramente un noir in piena regola. Luci e ombre, verità da riportare alla luce, un discreto tasso alcolico e, come capita sempre nei suoi libri, ottima musica.

A inaugurare la serie, nel 2004, è stato Quo vadis baby, prima Oscar Mondadori e poi Tascabili Feltrinelli. Gabriele Salvatores lo ha trasformato prima in un film, per il quale l’autrice ha collaborato alla sceneggiatura, e poi, insieme al regista Guido Chiesa, in una serie televisiva per Sky. I romanzi successivi sono usciti tutti per Feltrinelli e oggi Marsilio, che fa parte dello stesso gruppo editoriale, li sta riproponendo in una nuova veste grafica. 

Iniziamo dalla protagonista. Com’è nata Giorgia Cantini e come è cambiata in questi anni?

Giorgia Cantini è nata in un residence romano dov’ero alloggiata per lavorare a una sceneggiatura. Scrivevo il romanzo di notte, nel tempo libero, e poi ho continuato rientrata a Bologna. Quo vadis, baby? ha avuto diverse versioni, non ero mai soddisfatta, lo feci leggere a un’amica giornalista che lo bocciò, e da lì un superlavoro di cambiamenti e rifiniture. Giorgia nasce comunque dal mio sguardo, e dalla mia appartenenza, a un genere, quello femminile, che a mio parere nel noir o giallo non era descritto con sufficiente aderenza alla realtà ma attraverso stereotipi.

Volevo che Giorgia fosse un personaggio realistico, una donna di oggi con tutte le sue contraddizioni, una personalità forte perché conscia delle proprie debolezze, anticonformista senza essere sopra le righe, libera da pregiudizi, vicina alle categorie “fragili” della società, capace di immedesimarsi negli altri e di farsi testimone sensibile del suo tempo, e con una vita lavorativa (la piccola agenzia investigativa che gestisce) e sentimentale (l’amicizia e poi l’amore con il poliziotto Luca Bruni ammogliato) assai precarie. È cambiata con me, mi assomiglia, e invecchia più o meno insieme a me.

Spesso i personaggi seriali hanno un legame particolare con i loro autori, dei quali finiscono per diventare dei veri e propri alter ego. Quanto c’è di te in Giorgia e in cosa, invece, siete diverse?

Sì, Giorgia è senz’altro un mio alter ego, abbiamo molte cose in comune, soprattutto l’ironia, la sospensione del giudizio, una visione chandleriana della vita, nel senso di rimanere sempre, nonostante una certa combattività, “sentimentali senza speranza”, così come Chandler definiva il suo Philip Marlowe. Poi Giorgia ha un po’ il vizio dell’alcol, cosa che non mi appartiene, ma fuma molto, e anch’io. È sicuramente più spartana di me, più pratica, ma entrambe aspiriamo a una certa indipendenza, e piangiamo spesso a occhi asciutti.

L’altra protagonista della serie è sicuramente Bologna. Anche lei è cambiata in questi anni?

Sì, Bologna è la coprotagonista di questi romanzi con Giorgia, è molto più di un sfondo. Ne assorbo il clima, le emozioni, le trasformazioni, e le metto su carta. È un po’ come aprire una finestra sulla città e osservarla nelle sue pieghe più nascoste o più evidenti: viverla, abitarla, sentirla nelle ossa, amarla o detestarla, insomma raccontarla. Certo che è cambiata, e infatti Giorgia ne ricorda il passato, molto più fulgente dell’oggi, con sguardo nostalgico, adattandosi come può a una città che col tempo ha anemizzato il suo marchio distintivo di isola felice, innovativa, fortemente creativa e progressista, adeguandosi all’andazzo generale di un paese bloccato, traballante, affogato da una crisi che non è solo economica ma culturale.

Un elemento ricorrente nella tua scrittura è la musica. Poche cose come le canzoni evocano ricordi, emozioni, nostalgie, sentimenti, volti. Come entrano in quello che stai scrivendo?

Faccio parte di una generazione “tondelliana” che ha fatto propria l’interazione tra le varie discipline artistiche, dal cinema alla musica, dal teatro al fumetto: tutte confluite nella mia scrittura. La musica ha avuto parte attiva nella mia vita, sono stata cantautrice e ho realizzato un paio di dischi di cui firmavo sia la musica che i testi, e la prima tastiera su cui ho messo le mani è stata quella di un pianoforte. Di conseguenza, la musica è centrale anche nelle cose che scrivo, persino nello stile, faccio molta attenzione al ritmo, al suono delle parole etc. Non sono mai stata snob nelle mie scelte musicali, ho sempre ascoltato di tutto, dalla classica al jazz, dal punk al cantautorato francese e italiano, e Giorgia ha decisamente sposato i miei gusti, anche nella propensione alla new wave e a gruppi degli anni ’80 come i Devo, gli Ultravox, i Depeche Mode…

C’è qualcosa della tua attività di musicista, in quel modo di scrivere parole pensando alla musica, che torna anche nella tua attività di scrittrice?

Dico sempre che la pagina è come uno spartito, che l’approccio alla composizione di una canzone o di un romanzo è lo stesso, per me. Anche se una canzone si sviluppa in poche note e righe di testo, mentre un romanzo necessita di un lavoro allungato, approfondito, molto più complesso. L’autore più musicale che conosco è Celine, l’ho studiato molto, nei suoi contrappunti, nelle pause, nelle sospensioni, i suoi romanzi sono delle vere e proprie sinfonie. Diciamo che in modo più “modesto” aspiro a questa stessa intensità, al vivere la scrittura come una partitura.

Hai qualche nuovo progetto in mente, come musicista?

No, non ho progetti musicali, al momento, ma è stato bello collaborare con artisti come Paola Turci e altri.

Sembra esserci un legame forte tra un certo ambito letterario giallo-noir e un certo ambito musicale rock-blues. È solo un fatto generazionale, relativo a quegli autori che hanno questo feeling con il linguaggio musicale, o c’è un’assonanza più sottile in questi registri, un mood, una sorta di sonorità pentatonica che in qualche modo diventa un atteggiamento, l’immaginario ideale in cui certe storie possono prendere vita?

Il blues sposa quella malinconia sottesa nel genere noir, Carlotto ne è un esempio, ma anche Izzo. Certi chiaroscuri esistenziali si affidano a musiche che li rappresentano al meglio, e alcuni autori di genere si affidano a colonne sonore che sono idonee allo stato d’animo dei personaggi e alle loro vicende “scure”. Per la mia generazione, ma anche per quella successiva, la musica è diventata spesso un elemento portante della narrazione. Diciamo che forse è la disciplina artistica più “facile” da fruire e da integrare.

Il giallo, con la sua struttura ricorrente (proprio come il blues, con le sue dodici battute…) è ancora il genere che riesce a raccontare meglio, nelle varie sfumature più o meno noir, la nostra contemporaneità, magari contaminando e lasciandosi contaminare da altri generi (che poi, esistono ancora, i generi?). Ma è solo una questione di meccanismi narrativi che, semplicemente, funzionano, oppure è il fatto che ogni narrazione, alla fine, è un’indagine?

Be’, sì, come dicevano i grandi romanzieri russi, è sempre un’indagine sul “mistero uomo”. Quando ho cominciato, nel 2004, sull’onda di un grande amore per la Highsmith e Chandler, si parlava molto di meticciare il genere, di togliere paletti, infrangere le regole del poliziesco classico,  e quindi di una commistione di generi diversi tra loro, pur rispettando la trama gialla e ingredienti come la suspance, la tensione crescente di un rebus da risolvere etc. Sì, credo che sia il genere che racconta meglio il mondo forse perché evade da un cristallizzato intimismo, diciamo che il mondo e le sue traversie sono sempre al centro, compresi i conflitti tra chi lo abita.

Nelle tue storie racconti a volte legami molto profondi. Penso a un romanzo come Mare d’inverno, che riesce a esprimere un calore davvero straordinario. Anche Giorgia Cantini ha amicizie solide, che a volte sono per lei un rifugio in cui riparasi nelle brutte giornate. Al tempo stesso, c’è a volte anche una forte ricerca di solitudine e di concessioni nostalgiche. È un conflitto che condividi? È un atteggiamento che ha a che fare con il tuo modo di essere una scrittrice?

Direi di sì. In Giorgia esprimo molta della mia introspezione quotidiana, e anche la tendenza a macerarmi un po’, e quindi indulgo in un certo pessimismo non privo però di squarci, spiragli, possibili vie d’uscita. La solitudine è un bisogno che abbiamo entrambe, è costituzionale, imprescindibile, pur nell’amore profondo per gli amici. Ma soprattutto a caratterizzare Giorgia e anche me è il non avere una famiglia tradizionale, nel senso che i suoi legami di sangue sono o sfilacciati o assenti, e quindi una propensione a vivere l’amicizia come unico nucleo famigliare, più resistente di molte storie d’amore.

Ci racconti qualcosa delle tue abitudini di scrittura? Scrivi di getto o prepari prima una scaletta? Studi i personaggi prima o lasci che vengano fuori strada facendo? Ascolti musica mentre scrivi? C’è un orario che in genere dedichi alla scrittura? Chi sono i tuoi primi lettori? Parli mai con qualcuno di una storia prima di averla scritta? Come fai a capire che ‘quella cosa’ può diventare una buona storia?

La preparazione è molto semplice, computer, bicchiere di tè freddo, sigarette. Può capitare di mattina o di pomeriggio, ma non è ispirazione, è arrivare a sedersi dopo mesi di ozio apparente in cui in realtà ho “ideato” una storia, anche se magari ne conosco solo dei pezzi. Ogni romanzo ha avuto una gestione diversa, di alcuni sapevo già il finale o l’inizio, il “mezzo” è qualcosa da cui in genere mi lascio trascinare, come se una parte inconscia di me lavorasse al mio posto. Esco dal mio mondo e entro in un altro, se rispondo al telefono sono distratta, e finché non ho ultimato la prima stesura sono in perenne sobbollimento, spesso sofferto. Ne avverto sia la fatica che la liberazione. Non posso dire di essere felice quando scrivo, sono tesa, sono altrove, e non ho pace finché non vedo una circolarità, un ordine, un senso del tutto. No, non ascolto musica proprio per tentare di crearne una mia. I miei primi lettori in genere sono la mia agente Benedetta Centovalli e poi l’editor, raramente faccio leggere ad altri prima della pubblicazione. Però capita che parli di una storia a qualche amico anche per capire che effetto fa, se interessa. Diciamo che dopo quindici libri riesco a capire quando qualcosa funziona o meno, mi faccio trascinare dall’istinto, dall’esperienza, e solo se il romanzo piace a me (pur con tutti i dubbi del caso) allora lo propongo all’editore.

La prima cosa che farai quando sarà finito tutto questo casino del covid?

Non so se finirà a tempi brevi, forse si allenterà, non ho idea di che estate affronteremo. Tendendo alla depressione, ho molte paranoie sul futuro, ne ho timore, e invece occorrerebbe vivere al presente, sempre. Mi manca non poter decidere liberamente orari e frequentazioni, spostarmi in paesi vicini, mi mancano i cinema, i teatri, i concerti, e una gita al mare. Quindi sì, credo che andrò a vedere il mare…

 

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