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Intervista a Lorenzo Palloni – Parte 1

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Lorenzo Palloni è tra i fondatori del collettivo Mammaiuto, “pluripremiata ditta” che è diventata un riferimento italiano per le autoproduzioni e le storie votate alla qualità. Parliamo con Lorenzo Palloni non più una promessa del fumetto, ma autore consolidato tra i più rilevanti della sua generazione, e tra i pochi in grado di muoversi liberamente tra il mercato italiano e francese, le autoproduzioni e il lavoro con le major, la narrativa e la divulgazione scientifica, sempre pronto a spingere con entusiasmo i confini di quello che il fumetto può fare.

Parliamo con lui della crime fiction amata sia come lettore che autore.

Lorenzo, tu sei un abitatore dei generi in tempi in cui, anche editorialmente,  domina il romanzo grafico esistenziale. Che rapporto hai, da lettore, con la crime fiction? Sappiamo che hai iniziato a leggere con Ian Fleming.

Ho iniziato a leggere Fleming e il suo Bond a sette anni, quando mia madre voleva che leggessi libri, ma quelli da bambini mi annoiavano. Guardando parecchi film di 007, mia madre ha dedotto che i libri fossero scritti con la stessa leggerezza. Mai errore fu più grande. Un bambino che si trova a leggere di omicidi, sesso e tortura in modo esplicito può non riprendersi. E infatti. Da allora ho sempre ricercato quella ferocia, nelle cose che leggo e scrivo, e soprattutto i finali amari, ambigui, mai consolatori. La serie di James Bond non è propriamente un crime, ma ci si avvicina molto. Dopotutto, lui è un assassino donnaiolo, e ti trovi a parteggiare per lui nonostante i costanti dubbi morali. Il genere crime permette di sviscerare la potenza del caso come burattino delle azioni umane, del cinismo come risoluzione alle beffe del destino, e soprattutto dell’ipocrisia sociale che vuole l’uomo migliore di un semplice animale, e che invece rende la società ancora più ridicola. Il criminale, il protagonista, è qualcuno che accetta tutto questo, e ha una marcia in più rispetto agli illusi, rispettosi di leggi e confini morali.

Ritieni che i generi siano, come a volte accade, un rifugio confortevole in tempi complessi, in cui svolgere delle rassicuranti variazioni sul tema, oppure ci sono ancora chiavi con cui  la narrativa gialla o nera possa raccontare la contemporaneità?

Risposta democristiana (ma per me vera): esauriscono il bisogno consolatorio di pattern sicuri in una narrazione, e contemporaneamente ci sono ancora infinite chiavi per il racconto del contemporaneo. Il noir è il diretto discendente della tragedia greca, poi shakespeariana: il Caso la fa da padrone, se è noir puro; la logica rimette a posto il patto sociale rotto con l’omicidio, se è giallo puro. Entrambe le opzioni valgono ancora, spesso per lo stesso pubblico, ma anche per pubblici diametralmente opposti. È un animale strano, questo macrogenere che è il noir. Contiene tutto e il suo contrario, ma si nutre comunque della società che ci circonda, non può fare altrimenti, quindi è sempre legato al contemporaneo.

Parliamo di tre tue opere di crime fiction. Iniziamo da La Lupa, uscita in precedenza col titolo di Esatto sul sito ‪Mammaiuto.it, un fumetto letteralmente quadrato, e di grande  sperimentazione visiva. Perché questa scelta nel formato?

Il fumetto permette qualcosa che la prosa non permette, e il cinema solo in parte: che la forma di ogni singolo elemento grafico rispecchi e amplifichi il messaggio della storia. Che la forma compenetri il contenuto. Nel caso de La Lupa, la gabbia a nove quadrati esatti doveva rispecchiare l’esattezza dei piani criminali della Ginger – la protagonista, una donna di mezza età che riscuote crediti nei modi più violenti che conosce, ma che contemporaneamente è anche una madre amorevole – e la sua piattezza emotiva, il suo specismo sentimentale: per lei il tempo che passa al lavoro è lo stesso che passa in famiglia, ha lo stesso peso; il fatto che con le stesse mani picchi a sangue un immigrato debitore e poi accarezzi il figlio; dettagli che ti fanno capire chi è il personaggio a livello emotivo e perché fa quello che fa. C’è anche da dire che mi annoio in fretta, e il paletto grafico delle nove vignette è un escamotage che ho dovuto aggirare con la creatività, truffarlo, ribaltarlo il più possibile in ogni episodio con stacchi temporali e narrativi improbabili. Scrivere il libro è stata una faticaccia, ma mi sono divertito come non mai.

La lupa è  la storia di un antieroe, meglio ancora eroina Ginger, e della difficoltà di tenere insieme gli opposti. Un testo duro come la grande narrativa noir americana. Quali sono stati i tuoi modelli, e cosa hai scoperto  di imprevisto durante il lavoro? 

Sicuramente sono debitore a serie TV come Breaking Bad, The Sopranos, The Wire. Tutta quella serie di narrativa a schermo chiamata “complex tv”. Altra ispirazione, sicuramente, i fumetti di Parker di Darwyn Cooke e Fell di Ellis e Templesmith. Piccole gemme del genere e del medium. Sono cresciuto leggendo Connelly, Pelecanos, Lehane, Hammett, Chandler. Non posso impedire che ci sia un’impronta americana in ciò che racconto. Un altro modello è stata la realtà: mia madre e il suo senso di responsabilità nei confronti del nucleo familiare mi hanno dato una grande ispirazione per la Ginger, e hanno guidato il personaggio in modi che sinceramente non mi aspettavo. Anche perché non è stata una scrittura “regolare”, quella de La Lupa. Ho fatto un episodio alla volta, pensato per essere pubblicato online. Sapevo a grandi linee dove stava andando la storia, anche se il finale era abbastanza delineato. E questo porta all’altro imprevisto: la scena finale. L’ho saputa quando stavo storyboardando l’ultimo episodio, non prima. La matematica del libro mi ha portato a quella fine, e non c’era bisogno di aggiungere altro, ma fino a quel momento non lo sapevo.

Come è stato scrivere e disegnare un personaggio così complesso e dalla moralità così delicata?

È stato curiosamente molto naturale. Come dicevo prima, avevo una bussola morale in testa e tutte le situazioni in cui ho messo la Ginger mi servivano per stimolare il carattere del personaggio a venire fuori nella maniera più giusta e meno artificiale possibile. Mi sono messo nei panni di qualcuno che ha segreti, che ci è abituato, che non può dire quello che vorrebbe alla famiglia, che non può essere chi vuole davvero perché condizionato dal proprio passato e dalla società. Non ho usato filtri mentali particolari: inutile spiegare nel 2020 che le spinte umane sono le stesse e che la moralità e il suo opposto possono tranquillamente coesistere in un sesso o nell’altro. Il disegno per me è sempre e solo un supporto alla storia, vado ad istinto. L’obiettivo è: dare identità grafica alla storia, renderla unica. Non ho un mio segno distintivo, questo mi rende debole come disegnatore. Ma la storia viene prima di tutto. Disegnare mi affatica, scrivere mi carica. Fare La Lupa è stato una montagna russa, come ogni libro. Solo che mi ha divertito di più.

La lupa ha avuto una vita editoriale interessante che ci mostra un po’ le difficoltà e lo stato dell’arte dell’editoria oggi. Puoi darci qualche considerazione in merito? Come hai accompagnato Ginger  nel suo viaggio edtioriale?

Pubblicato per la prima volta online in diciannove episodi – diciannove casi di mancato pagamento -, poi autoprodotto con Mammaiuto in duecento copie sfiammate a Lucca Comics & Games 2016. A quel punto avevo un libro in bianco e nero che potevo pubblicare in qualsiasi altro mercato. Ho contattato Sarbacane, la casa editrice francese con cui lavoro dal 2013, e mi hanno detto “ci interessa, ma a colori”. Il prode Luca Lenci ha colorato tutto il libro con piattoni acidi, emotivi e meravigliosi. A quel punto è uscito in Francia nel 2017 con un ottimo riscontro. Allora potevo riportarlo in Italia, secondo contratto, e farmi pagare una terza volta. Saldapress nel 2019 ha accolto a braccia aperte la Ginger e ha permesso alla critica e ai lettori di accorgersi del libro e farmi vincere due premi. Questo mi fa riflettere su tre cose: primo, la soluzione del vivere di fumetto in Italia -a parte lavorare con Disney e Bonelli- è tenere sotto controllo i diritti dei propri libri e guadagnarci più volte sopra (chiamato dal mio collega Sam Daveti il “metodo Palloni”); secondo, ci vuole più attenzione di tutti, critica ed editori, all’autoproduzione, perché è strano vincere premi con un libro vecchio di tre anni e mezzo; terzo, il noir è ancora vivo, è un genere che ha da dire tanto sul mondo di oggi, e i lettori lo sanno bene, solo che la verità li spaventa. Gli va indorata la pillola.

Hai in corso di pubblicazione sul sito ‪Mammaiuto.it una serie, anche questa dura e spinta al limite, parliamo di Delusi dalla Preda. Una storia cittadina  legata alla cronaca di quartiere, alla microcriminalità. Come è nata l’idea?

Era appena morto mio padre ed ero pieno di rabbia, volevo raccontare qualcosa che fosse feroce e senza appigli morali, frammentario, ruvido, esplicito, con più punti di vista. Era il 2016, l’idea l’ho coccolata per un paio d’anni, poi l’ho storyboardata tutta. Il libro è fatto, la prima metà l’ho disegnata sotto lockdown, ora devo solo disegnare la seconda metà, pubblicarla online, e poi in autunno 2021 in cartaceo. Non ho fretta, voglio farlo bene, non voglio perdere la cattiveria che porterà con sé la storia. Un mio altro impulso iniziale era gestire la ferocia seguendo storie di un quartiere povero. Sia La Lupa che Delusi dalla preda sono ambientati idealmente nello stesso posto, una rappresentazione ideale del quartiere di Arezzo dove sono nato e cresciuto, Saione. Nel mondo di Delusi dalla preda si chiama il Golfetto, e quasi tutti i cognomi hanno derivazioni ittiche. Tutte cose che poi, unite in modo abbastanza arbitrario, hanno portato ai personaggi e alle dinamiche di “Delusi”.

A differenza de La Lupa, questa è una storia corale, che rimanda l’idea di una criminalità diffusa, soffocante quasi. Come ti muovi nella scrittura di più personaggi senza una trama convenzionale di caccia al cattivo? 

Come storyteller ho una tecnica molto semplice: ho un concetto da esprimere e durante tutta la scrittura me lo tengo davanti, come un faro nella notte mentre navigo. Ti permette di portare tutte le tensioni narrative verso il finale che esprime quel concetto al massimo del suo potenziale. Nel caso di “Delusi” avevo ambientazione e un’idea vaga dei personaggi, ma sapevo che la storia sarebbe stata un noir investigativo sui generis, e che avrebbe coinvolto pedofilia e disperazione sociale. A quel punto devi solo unire i puntini. Ed è la storia che ti dice chi sono i personaggi, di quali archetipi e movimenti narrativi hai bisogno.

Scrivere per il sito ‪Mammaiuto.it, in totale libertà è diverso dal preparare un progetto editoriale, questo influenza il tuo approccio alla storia?

Fun fact: Delusi nasce come progetto per Oblomov, su richiesta di Igort, che poi non è risultato interessato. Era forse un libro troppo ambizioso, troppo cattivo e fuori mercato, e sicuramente il mio interesse relativo per la parte grafica ha pesato. Ma sono più sereno nell’affrontarlo con Mammaiuto, proprio per la libertà, per lo slegarsi completamente da logiche editoriali il più delle volte fallaci e improduttive. L’autoproduzione permette di concentrarsi su ciò che importa del lavoro: il racconto e la sua qualità. È tutto qui. Certo, uno non deve pensare: ah, che bello, mi autoproduco, faccio come cazzo mi pare. Ci vuole editing, perché nessuno è oggettivo sulle proprie produzioni. Ci vuole qualcuno che ti legga il libro e ti faccia il culo. Circondarsi sempre di persone di cui ti fidi e che sai non avranno pietà: è la via migliore per avere in mano un bel libro.

Come dicevamo, il fumetto popolare da edicola porta avanti un’idea un po’ tradizionale dei generi, cosa che invece non succede nel mondo delle serie tv e al cinema, dove lo standard ormai è decisamente più realistico e crudo. Quali sono gli spazi, oggi, per un fumetto più ‘adulto’ e duro in Italia? Il realismo è necessariamente un valore aggiunto? Una storia come Delusi dalla preda potrebbe diventare una serie tv per il grande pubblico?

Parto dalla fine: perché no? Sarebbe bello. Ho qualche libro che desta interesse a produzioni televisive e cinematografiche. Ma lo potrebbe diventare solo perché è un fumetto, forse. Oggi c’è fame di nuove storie in TV e al cinema, e cosa c’è di meglio di qualcosa di già visivo, di già storyboardato, magari di già collaudato sul pubblico come un fumetto? Il realismo in questo senso non è un valore aggiunto ma permette di agganciare meglio il pubblico, se parliamo di serie TV. Per quanto riguarda il fumetto: lo spazio ci sarebbe, per un fumetto più duro e adulto, solo che bisognerebbe rischiare, e agli editori non frega niente di rischiare. Il rischio stagnazione è vicino, ma possiamo evitarlo: raccontiamo cose più dure, e dopo più dure ancora. Vediamo se agitiamo un po’ le acque.

La terza opera è il recente Terranera sceneggiato da te e disegnato da Ale Martoz, artista tra i più amati e innovativi della scena. Come è lavorare ad un progetto che non disegni tu?

Io sono fortunato perché posso dire cos’è scrivere per sé, disegnare per altri, e scrivere per altri. Quest’ultimo destriero è quello che inforco più frequentemente ed è quello più stimolante, anche perché è l’approccio che ti permette di lavorare a più cose contemporaneamente. È un approccio completamente diverso dagli altri, basato sulla fiducia nella storia e nel disegnatore. Per questo lavoro quasi solo esclusivamente con amici. Deve esserci un interesse in comune, una base emotiva. E se non ci sono amico, con il disegnatore, lo divento lavorandoci. In quanto sceneggiatore, tendo a seguire le necessità del disegnatore, a livello di scrittura, in modo che il suo storytlelling possa venire il più naturale e divertente possibile. E si può fare solo se il disegnatore si diverte. In Terranera questa cosa è dimostrata ad ogni vignetta: Martoz si è divertito parecchio, e lo vedi perché visivamente è il suo lavoro migliore.

(Continua…)

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