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Intervista a Marco Vichi: «Scopro la storia mentre la scrivo, è il massimo divertimento della scrittura.»

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Marco Vichi è nato a Firenze nel 1957 e vive nel Chianti. È autore di romanzi, racconti, testi teatrali, antologie e sceneggiature per la radio e la televisione. Per il programma di Rai Radio Tre Le Cento Lire ha realizzato cinque puntate dedicata all’arte in carcere.

Ha tenuto laboratori di scrittura creativa in varie città e presso l’Università di Firenze. È l’ideatore della fortunata serie letteraria incentrata sul personaggio del commissario Bordelli, che ha esordito nel 2002 e conta nove libri pubblicati da Guanda. Al ciclo si sono aggiunti due racconti e le graphic novel Morto due volte con Werther Dell’Edera e Il commissario Bordelli con Giancarlo Caligaris.

Marco Vichi per la sua attività di scrittore ha ricevuto vari rilevanti riconoscimenti letterari, tra i quali il Premio Scerbanenco. Da sottolineare il suo impegno nel sociale e a sostegno di associazioni di volontariato.

Oggi dialoghiamo con lui sul suo nuovo libro Un caso maledetto e, più in generale, sulla figura del Commissario Capo Franco Bordelli.

Com’è nato il personaggio Bordelli che quest’anno è diventato maggiorenne? Hai preso spunto da un poliziotto reale o è solo frutto della tua fantasia?

È nato per gioco, nel ’95, dopo la lettura dei romanzi di Dürrenmatt, un grandissimo scrittore che ha usato il genere per indagare sull’uomo e sull’intervento del Caso sui destini umani.

Le storie narrate nei nove libri della serie sinora usciti spaziano dall’estate del 1963 ai primi mesi del 1970. Perché hai scelto proprio questo periodo della vita sociale italiana?

Non è stata una decisione presa a tavolino, le prime pagine del primo romanzo si svolgevano appunto nel ’95, ma Bordelli non si trovava bene in quel periodo, e mi ha chiesto di trasportarlo indietro di trent’anni. Sono stato ben contento di accontentarlo.

Firenze e i suoi dintorni costituiscono il palcoscenico professionale e privato di Bordelli. Una scelta ambientale dettata dalla tua conoscenza diretta dei luoghi o dal fatto che il capoluogo toscano e il suo vissuto si prestano a narrare vicende a tinte fosche?

Sono nato a cresciuto a Firenze, conosco molto bene questa città, l’ho esplorata da cima a fondo, conosco bene la sua anima nera e lo spirito fiorentino. È buona regola ambientare i romanzi in luoghi dove abbiamo vissuto, perché le città (o le campagne) si raccontano attraverso lo sguardo dei personaggi.

Il delitto sul quale Bordelli si trova a indagare in Un caso maledetto – con il supporto dell’inseparabile vicecommissario in prova Piras – è particolarmente efferato e scabroso. Premesso che hai già dichiarato che a ispirarti non è stato l’omicidio del conte Alvise di Robilant, ci puoi dire com’è nata l’idea che ti ha portato a sviluppare questo intrigante giallo?

Può anche darsi che l’omicidio del Conte di Robilant sia emerso nella mia memoria in modo inconscio, ma quando ho cominciato a scrivere non ci pensavo. Nemmeno in questi casi mi metto a tavolino per decidere. Lascio la mente libera di accogliere quel che arriva, e di solito il primo crimine che mi appare in mente è quello che poi racconto.

Inizialmente l’indagine sembra procedere speditamente e lasci intravedere al lettore una conclusione semplice e quasi scontata. Poi, con grande maestria, scompagini le carte e tutto s’ingarbuglia. Quando hai iniziato a scrivere Un caso maledetto avevi già in mente una simile evoluzione della trama o l’hai definita e indirizzata strada facendo?

Scopro la storia mentre la scrivo, è il massimo divertimento della scrittura.

Come descriveresti il legame tra Bordelli e la sua “quasi fidanzata” Eleonora?

Bordelli è fortunato ad avere accanto una ragazza come Eleonora, giovane, moderna, bella, innamorata di lui. Gli sta proponendo un modo diverso di stare insieme, e lui, uomo curioso, accetta la sfida con sé stesso. Sembra proprio un legame capace di ritrovare la freschezza a ogni passo.

A un certo punto del romanzo, il commissario e il suo ristretto gruppo di amici si ritrovano in un incontro conviviale, verso la fine del quale i commensali raccontano storie che richiamano le dinamiche del Decamerone. Tra gli ospiti figura l’ex colonnello dei carabinieri Bruno Arcieri creato dallo scrittore Leonardo Gori, nei cui libri non di rado fa capolino lo stesso Bordelli. È corretto dire che tu e Leonardo avete riproposto nei vostri libri il rapporto di stima e di amicizia che vi lega da tempo e che sfocia talora anche in cene e incontri con altri autori toscani?

Con Leonardo siamo amici da un ventennio (una parola che qui spendo con piacere), e anche i nostri personaggi sono diventati amici. È cominciato per gioco e sta continuando. È vero che ci vediamo spesso a cena anche con altri scribacchini, ma non è certo il “mestiere” a determinare la piacevolezza di stare insieme. Se avessi conosciuto Leonardo o Valerio (Aiolli) o Anna Maria (Falchi) e non fossero stati scrittori/trici, per quel che mi riguarda saremmo diventati amici ugualmente. Sono belle persone che mi piace continuare a conoscere.

Il personaggio di Bordelli è il tramite che utilizzi per mettere in risalto il tuo pensiero riguardo alle diverse sfaccettature del male, dei soprusi e della prepotenza che avvelenano la nostra società?

Bordelli è Bordelli, pensa e dice quel che vuole lui. Ma ogni tanto i nostri pensieri si incrociano, ad esempio abbiamo gli stessi gusti letterari.

In questo nuovo libro troviamo un Bordelli intristito e inquieto, che si dibatte tra malinconici ricordi e il salto nel buio costituito dall’approssimarsi della pensione. Puoi confermare ai lettori che Un caso maledetto non rappresenta il crepuscolo del personaggio e che lo rivedremo presto protagonista di altre tue opere?

Non è vero che Bordelli si è intristito, a mio avviso. Raccontando un personaggio anche dall’interno e nei suoi momenti di solitudine, si scoprono i suoi pensieri più sotterranei, e credo che ognuno, in quei meandri, trovi anche un po’ di malinconia.

Per scrivere i tuoi gialli prendi spunto da fatti storici e/o di cronaca o preferisci delineare trame totalmente o in gran parte inventate?

Non li considero poi così gialli, un genere che in sé non mi ha mai appassionato. Da lettore non mi sono mai appassionato ai meccanismi dell’indagine poliziesca, che trovo divertente solo nei film. Cerco altro, ho bisogno di potermi commuovere e di specchiarmi nelle vicende interiori dei personaggi, se poi c’è anche un commissario o un ispettore va bene… come in Delitto e Castigo.

Quali suggerimenti daresti a un autore alle prime armi che vuole provare a scrivere una storia giocata sulla suspense?

Non riesco a separare la scrittura di un romanzo “normale” da un libro con di suspense, anche perché ogni bel romanzo ha la sua suspense… pensiamo all’Odissea, ai Promessi Sposi, a I Viceré, al Gattopardo, a La Pelle… Leggendo vogliamo sapere cosa succederà e come andrà a finire. Dunque, a un ragazzo che volesse cominciare a scrivere, direi: riusciresti a vivere senza scrivere? Se la risposta è no, allora può continuare.

 

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