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La storia del giallo, secondo Crovi

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Lo scrittore e conduttore radiofonico milanese Luca Crovi è tra i massimi esperti in Italia di letteratura di genere giallo e noir. Lavora per Bonelli Editore, dove dal 1993 si occupa della collana Almanacchi. Ha collaborato per quanto riguarda la musica con “Italia Oggi”, “Il giornale” e “Max”. È autore di saggi e romanzi. Tra gli altri ha pubblicato: Istruzioni per l’uso (2013), L’ombra del campione (2018), L’ultima canzone del Naviglio (2020). Per Bur Rizzoli ha curato la raccolta L’occhio dell’assassino – Un viaggio nella mente criminale nei racconti di 20 maestri (di ieri e di oggi). Ha sceneggiato fumetti ispirati alle opere di Pinketts, Lansdale e Carlotto. Per Marsilio è autore della monografia Tutti i colori del giallo (2002) che ha ispirato l’omonima trasmissione radiofonica andata in onda su Radio 2 e per la quale ha vinto il Premio Flaiano nel 2005. Sempre per Marsilio ha pubblicato nel 2020 Storia del Giallo italiano, il libro sul quale si concentrerà prevalentemente l’intervista. 

Luca, nelle quasi 500 pagine di Storia del Giallo Italiano hai condensato più o meno duecento anni di letteratura italiana incentrata su misteri, trame poliziesche, indagini e delitti, citando un numero impressionante di autori e libri. Cosa ti ha spinto a realizzare questa opera fiume e in cosa si differenzia rispetto ai tuoi precedenti testi Tutti i colori del giallo e Delitti di carta nostra. Una storia del giallo italiano che hai dato alle stampe una ventina di anni fa? 

L’idea era di rispettare una promessa fatta a mio padre, Tecla Dozio e Cesare de Michelis che mi avevano supportato nella stesura dei miei precedenti saggi convincendomi che bisognava in qualche modo radiografare e studiare in maniera definitiva un fenomeno letterario come il giallo italiano. Per farlo poi volevo essere il più pop possibile in modo da non scrivere un saggio istituzionale universitario per cui mi ci sono voluti quasi sedici anni per raccogliere i materiali e dargli una forma agevole. L’emergenza covid e la richiesta di Marsilio di portare a termine in tempi brevi il volume mi ha agevolato nelle scelte e nei tagli. Inoltre, rispetto ai due saggi passati mi sono concentrato solo sulla letteratura gialla italiana escludendo i fumetti le illustrazioni le produzioni televisive che avevo incluso nei primi saggi. La mia idea era di creare una guida agevole per i lettori che permettesse loro di scoprire tante curiosità su libri che hanno amato e di avvicinarsi anche a testi per loro sconosciuti e inimmaginabili. Mi piaceva l’idea di contagiarli con le suggestioni di lettura e non avevo intenzione di essere definitivo nelle mie analisi perché i gusti di lettura sono sempre soggettivi.

Tra i moltissimi scrittori che hai elencato, ne ho trovato  uno che ho conosciuto personalmente e che non mi sarei aspettato di vedere citato: lo storico siciliano Francesco Renda, per il quale hai fatto riferimento al suo libro Sellerio sui Beati Paoli. Come sei riuscito a scovare l’anima noir o crime di tanti autori come lui famosi per altri generi letterari o a individuare scrittori come Giuseppe Bonura che, nell’altra sua veste di critico, aveva addirittura stroncato il genere giallo definendolo “pericoloso”? 

Fu una bellissima prefazione di Umberto Eco a farmi riscoprire i Beati Paoli indicandomi il loro valore come feuilleton e la loro importanza nell’analizzare le società segrete e i fatti misteriosi. Bonura era un caro amico di mio padre e mi sono trovato spesso a punzecchiarlo sia a cena sia sui giornali sul valore dei gialli nostrani, credo che avrebbe burberamente sorriso se avesse letto quello che racconto di lui nel mio libro.

Come primo esempio di noir storico, citi nel tuo libro “I promessi sposi” del Manzoni. Da cosa nasce questa tua convinzione che potrebbe aver portato qualche “purista” del romanzo storico anche a storcere il naso? 

Allora immaginatevi un gangster che si invaghisca di una bella fanciulla e che voglia farla sua. Non si fermerà davanti alle minacce o ai ricatti per averla. Per questo il gangster fa ricorso ai suoi fidi sgherri per minacciare un prete e ricattarla e fa di tutto per eliminare il promesso sposo della fanciulla. E se poi per traviare la ragazza si mettono in gioco anche una perfida assassina rinchiusa in convento e un capomafia che vive nell’ombra capirete che siamo nel bel mezzo di un noir moderno che ha per protagonisti Lucia, Don Rodrigo, i bravi, Don Abbondio, la monaca di Monza, l’Innominato. Il primo a notare la matrice noir di quel romanzo di Manzoni è stato Edgar Allan Poe in una recensione in cui analizzò la prima traduzione americana dell’opera dove si paragonava lo scrittore italiano a Walter Scott e si elogiavano le parti dedicate alla peste ne “I promessi sposi”. Fra l’altro anche “Cronaca della colonna infame” è un altro incredibile noir. 

Se dovessi scegliere almeno tre autori/autrici simbolo del giallo italiano chi prenderesti a riferimento e perché? 

Emilio De Marchi per aver aperto le porte ai romanzi d’indagine, Leonardo Sciascia per avere sviluppato l’impianto sociale e civile del noir, Giorgio Scerbanenco per avere sviscerato l’anima urbana di questa narrativa, Carlo Emilio Gadda e Andrea Camilleri per avere evidenziato il valore dell’uso della lingua al servizio di un certo tipo di letteratura.

  Nel 1929, in pieno ventennio, nacquero i “Gialli Mondadori” che ottennero subito un considerevole successo e dai quali prese il nome il genere in Italia. Ma la creazione di un “giallo nazionale” venne poi osteggiata e imbrigliata da alcuni atti del regime. Perché, a tuo avviso, questo tipo di libri fu preso particolarmente di mira dal fascismo? 

Ogni regime del mondo ha sempre ostracizzato i gialli e i noir, pensate alle censure subite dalla novela negra durante il regime di Francisco Franco o a quelle in Grecia sotto i colonnelli, a quelle in Cina dove le storie di Qiu Xiaolong vengono tradotte e decontestualizzate, al blocco dei thriller in Russia prima della perestroika. I regimi totali affermano di essere gli unici detentori dei diritti e della giustizia e quindi odiano quella letteratura che parla di crimini e ingiustizie nei paesi da loro amministrati che dovrebbero essere privi di ladri e assassini.

Cosa ne pensi di “Quer pasticciaccio brutto di via Merulana” il “giallo senza soluzione” di Gadda che citi nel tuo libro? 

Un capolavoro assoluto della letteratura che proprio nella scelta di essere irrisolto meglio ci mostra la disperazione della realtà dove spesso i colpevoli non vengono assicurati alla giustizia.

Il connubio tra crimini, violenza, ironia, farsa e grottesco (penso ad esempio ai Vecchietti del Bar Lume di Malvaldi, al Coliandro di Lucarelli, allo stesso Montalbano di Camilleri, ecc.) potrebbe apparire quasi come un ossimoro, eppure ha conquistato in Italia un notevole numero di lettori. A tuo parere qual è stata la chiave di questo successo? 

Ironia e suspense vanno da sempre a braccetto negli autori di gialli, l’importante è che siano dosate a puntino, e spesso solo fra il contrappunto tra i momenti drammatici e quelli ironici nasce la forza di certe storie. La vita è buffa e allo stesso tempo tragica.

Riguardo ai libri gialli in senso lato, secondo te possiamo considerare ormai superate e archiviate le tante polemiche del passato tra letteratura “vera” e “di consumo”, tra genere “alto” e “basso”, tra “morale” e “immorale”? 

È un problema che si pongono solo i critici, per i lettori esistono solo libri noiosi o libri emozionanti.  

Dopo tanto scrivere di colpevoli assicurati alla giustizia e di casi risolti non si rischia che il giallo italiano possa cadere nel cliché e allontanare anziché avvicinare i lettori? Cosa si può fare per scongiurare questa eventualità? 

Evitare gli stereotipi aiuta il genere, usarli lo intrappola. 

Quanto ha pesato sulla tua formazione letteraria e sulla tua passione per il mondo del giallo e del noir l’essere stato figlio di un grande personaggio come Raffaele Crovi? 

Beh, ho avuto la fortuna pazzesca di trovarmi in mezzo ai libri da bambino e di incontrare di persona scrittori come Liala, Moravia, Eco, Fruttero, Bevilacqua, Sclavi, Milani, Varesi, Pederiali, Pitzorno fin da quando ero piccolo. C’erano due possibilità o mi innamoravo del mondo della letteratura o decidevo di sfuggirlo. Mio fratello non legge neanche un libro e guarda solo partite di calcio, io invece ho sviluppato una passione insanabile per la letteratura. Non so però dirti se sia meglio la sua o la mia visione della realtà. Sicuramente mio padre ha raccontato le stesse cose a entrambi e ci ha fatto fare gli stessi incontri.

Chiudi Storia del Giallo italiano parlando di un libro al quale sei particolarmente legato: Buon sangue italiano. Ci dici qualcosa di questa opera? 

È stata la prima grande antologia del giallo italiano e all’epoca fu rivoluzionaria nella sua impostazione. Mio padre si divertì molto a realizzarla per Rusconi anche se all’epoca  il volume non vendette bene. A distanza di anni i racconti che vi sono contenuti però non sono affatto invecchiati. 

A tuo avviso, il mondo dei social può essere effettivamente utile per la diffusione dei libri e, in particolare, dei romanzi ad alta tensione?

Io non sono sui social per cui credo di essere l’ultimo che ti possa rispondere sensatamente a questa domanda. Posso però dirti che lo spazio dove mi piace parlare di più di gialli è quello della radio non a caso dopo essere stato per anni voce di Radiodue ho accettato adesso di esserlo per Radio Popolare.

 

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