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L’ombra del doppio tra letteratura e cinema

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Nella seconda metà del Diciannovesimo secolo, spinto dalla scia delle teorie psicanalitiche di Sigmund Freud, in letteratura crebbe l’interesse per la doppia personalità, che accompagna ancora oggi il pubblico, attraendolo, soggiogandolo, terrorizzandolo.

Partendo dal presupposto che chiunque nasconde un lato oscuro, gli scrittori hanno spesso enfatizzato gli aspetti della parte insondabile dell’anima caratterizzando personaggi condannati all’espiazione delle proprie scelte attraverso atti estremi: che fossero individui scesi a patti con il diavolo o desiderosi di sviscerare la doppiezza tra bene e male attraverso la scienza o la follia fatta persona.

Tutto esplose nell’Epoca Vittoriana, in cui il compromesso tra rispettabilità e nefandezza giocò un enorme ruolo all’interno della società segnata da malaffare, prostituzione, sfruttamento minorile e corruzione. Dai miserabili ai nobili, le ombre e le luci si confondevano spingendo alla necessità di nascondersi dietro la facciata del perbenismo dando libero sfogo alle passioni più sfrenate.

Era il periodo della Fata Verde (l’assenzio) quando Oscar Wilde scrisse il manifesto del Movimento Estetico Inglese: Il ritratto di Dorian Gray.

Consegnato alle stampe nel 1890, trascinò generazioni di lettori in un abisso di passioni inconfessate e inconfessabili.

È il mistero di un giovane affascinante e bellissimo che non invecchia. Dietro l’arcano si cela un patto col demonio, un desiderio espresso per gioco davanti al ritratto che gli dona un pittore: vincere l’ineluttabilità del tempo che passa e scrollarsi di dosso l’apparente integerrima morale che tiene in catene il vero io.

Ed è notando “a touch of cruelty in the mouth”, che Dorian comprende che il suo desiderio si è avverato. Finalmente libero, sprofonda nell’abiezione senza conseguenze, si spinge oltre ogni limite, abusa del corpo altrui, sfidando l’immunità del suo, proiettando nel ritratto il marcio dell’anima e del fisico.

Dorian relega il suo segreto in soffitta e, tra un crimine e l’altro, torna ad ammirarlo, per cercare in esso i segni del maleficio che egli stesso ha generato dalla necessità di trasfondere in un’immagine la fuggevole bellezza transitoria del suo essere.

Fino alla resa dei conti. Seppur infinitesimale, in lui sopravvive un barlume di coscienza che gli fa anelare la purezza perduta. Dorian si sente sovrastato dal suo alter-ego su cui ha scaricato la responsabilità di vivere, godendo appieno delle malvagità senza pagarne le conseguenze; si scopre un contenitore vuoto, un’estetizzante presenza priva di ogni umanità che scorge nelle pennellate, ormai stravolte, del suo ritratto.

Solo la morte gli darà la pace, liberandolo dalla malvagità, con la promessa di essere buono. Non ha tenuto conto che un patto col demonio è irreversibile e non prevede alcuna vita nuova.

Nel bel mezzo della notte, in un gesto estremo pugnala l’altro sé lacerando il quadro. La casa buia risuona di un grido tremendo e di un tonfo a terra che mettono in allarme servitù e qualche passante. Il quadro è tornato all’antica magnificenza della sua bellezza e gioventù.

Per terra giaceva un uomo morto con un coltello piantato nel cuore. Era canuto, il viso raggrinzito e ripugnante. Soltanto esaminando gli anelli riuscirono a riconoscerlo.

Un percorso parallelo a quello di Dorian Gray era già stato scritto nel 1886 da Robert Louis Stevenson ne Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde quando, in piena rivoluzione darwiniana, lo scrittore inglese provocò scalpore cercando nel metodo scientifico la possibilità di scindere il bene dal male.

Il dottor Jekyll trova la pozione che gli dà la possibilità di liberare l’ombra del suo doppio malefico continuando a esibire una condotta proba alla luce del sole.

Il prezzo da pagare è una lotta continua che, come per Dorian Gray, permette a Jekyll di uscire dalla porta principale della sua abitazione e dileguarsi nottetempo da quella secondaria, abbrutito dalla fame animalesca di Hyde.

Anche qui il protagonista incontra la sua nemesi. Il costante legame tra le due personalità porta quella malefica a prevalere sull’altra. Hyde costringe Jekyll a bere sempre più spesso la mistura e quest’ultimo, pur di liberarsene, ingerisce l’antidoto che gli permette di riprendere il suo aspetto normale. Il duello si fa estenuante, senza possibilità di redenzione; finché la pozione inizia a scarseggiare e un ingrediente a mancare. Sebbene Hyde trionfi fra i due, resta vittima dell’inevitabile destino: muore chiuso nel laboratorio segreto di Jekyll privato del filtro.

Il cinema non ha mancato di trasporre in pellicole questi titoli approfittando del tema del doppio che aleggia come un trabocchetto pronto a inghiottire nell’ombra e squarciare con fendenti improvvisi verità nascoste.

Grazie ad autori del calibro di Alfred Hitchcock sono nati capolavori che sviscerano le deviazioni della psiche umana.

Nel 1960, Psyco scosse il pubblico con la mente malata del protagonista che si sdoppia in quella della madre. A causa di un profondo complesso edipico emerso dopo la morte del padre, l’albergatore Norman Bates (Antony Perkins) si sente tradito dalla stessa donna che lo aveva messo al mondo nel momento in cui lei trova un nuovo compagno. Elimina entrambi e si cala nel ruolo della madre dispotica che lo comanda a bacchetta dalla sinistra casa poco distante, inducendolo a uccidere.

Una doccia. La giovane Janet Leight sotto lo scroscio d’acqua. L’ombra spettrale si avvicina da dietro la tenda che si spalanca rivelando una figura nera dalle sembianze femminili che affonda il coltello nelle carni della ragazza.

Venti anni più tardi, un altro film destò scalpore, e scandalo, partorito dal talento di Brian De Palma: Vestito per uccidere accusato di misoginia e omofobia.

Era il 1980. Lo psichiatra Robert Elliot (Michael Caine) ha in cura l’affascinante Kate Miller (Angie Dickinson) casalinga sessualmente frustrata che troverà la morte in ascensore per mano di una misteriosa bionda con indosso un impermeabile e un paio di occhiali da sole, armata di rasoio. Si tratta di Bobbi, un transessuale, in cura dallo stesso psicanalista che gli rifiuta di firmare i documenti necessari per il cambio di sesso.

Ma Bobbi è l’ultima a uscire dallo studio del dottore e sul taccuino degli appuntamenti nessuno corrisponde a quel nome se non per il semplice fatto che lo stesso Robert Elliot è Bobbi, preda di ossessioni stravolte e deviate.

Un ascensore. La bella Angie Dickinson entra, spinge il pulsante del piano, le porte scorrevoli si aprono. Il suo sguardo s’incontra con quello dell’assassina che brandisce il rasoio; e mentre le porte si richiudono, scorgiamo dallo specchio la bionda misteriosa infierire sul corpo della vittima.

Che sia un patto col diavolo, esperimenti scientifici o schizofrenia, la letteratura attinge dalla psiche umana un serbatoio inesauribile d’ispirazione e provocazione; genera dibattiti, scandali, critiche. Ancora oggi ogni forma di diversità suscita paura, e la paura per il diverso ottenebra la mente.

 

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