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Omaggio a Daria Nicolodi

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Nel 1974, quando la Rai era la regina degli sceneggiati di genere giallo e thriller, fu trasmesso Ritratto di donna velata: una misteriosa storia, a tinte soprannaturali, incentrata sulla ricerca di una necropoli etrusca e un favoloso tesoro.

Archeologi, medium, negromanti, ville abbandonate e una donna enigmatica, la cui somiglianza con il ritratto in questione è sconcertante, sono gli ingredienti di una trama fitta di avvenimenti, depistaggi, sedute spiritiche e fantomatiche apparizioni, ambientata nell’affascinante Volterra.

La protagonista, Elisa, era interpretata da una giovane Daria Nicolodi, scomparsa lo scorso 26 novembre. Un’attrice che, oltre al talento, forse grazie al suo volto serafico, venato da una sottile inquietudine, è stata icona di lungometraggi che hanno segnato la storia del cinema italiano ad “alta tensione”, primo fra tutti Profondo rosso di Dario Argento.

Con il maestro dell’horror nostrano, Daria Nicolodi sancì non solo un lungo sodalizio artistico, che la vide presente in film quali Suspiria (1977), Inferno (1980), Tenebre (1982) e Phenomena (1987), ma anche sentimentale da cui nacque la figlia Asia.

Profondo Rosso è un thriller truculento, preceduto da L’uccello dalle piume di cristallo, Il gatto a nove code e Quattro mosche di velluto grigio, la trilogia degli animali, che segnò il passaggio di Dario Argento verso il genere horror.

In Profondo rosso come in Ritratto di donna velata non manca l’aspetto paranormale.

Una sensitiva percepisce la presenza di un assassino, di cui comprende l’identità, tra il pubblico accorso alla sua conferenza. Quella sera stessa la donna troverà la morte, innescando una serie di eventi che i due protagonisti, Marc (David Hemmings), pianista jazz, e Gianna (Daria Nicolodi), giovane giornalista decisa a indagare sull’omicidio, cercheranno di risolvere districando una matassa che vedrà scorrere sangue a fiumi; tra abitazioni spettrali, stanze murate, cadaveri mummificati, disegni di bimbi traumatizzati, occhi che spiano attraverso gli specchi, corridoi bui e l’inquietante nenia di un carillon che precede ogni delitto a colpi di mannaia, si compone il macabro puzzle dell’assassino.

In questo film, oltre alla Nicolodi, appaiono attori che hanno accompagnato il mio percorso formativo teatrale: Gabriele Lavia, di cui ho visto numerosi spettacoli teatrali in gloriose stagioni al Teatro Eliseo di Roma, e Clara Calamai, che ebbi la fortuna di applaudire al Teatro Valle a Roma, in Zoo di vetro di Tennessee Williams, quando ancora ero allievo alla Silvio D’Amico. In Profondo Rosso Lavia e Calamai sono madre e figlio e nascondono un terribile segreto.

Sembra una strana coincidenza, la mia, ma il vero e proprio incontro dal vivo con Daria Nicolodi avvenne a teatro, e coincidenza volle che a dirigerla fosse proprio Lavia.

La vidi nella stagione teatrale 1983 – 1984 del Teatro Eliseo, in Delitto e Delitto di Strindberg, con Umberto Orsini.

Henriette era il ruolo della Nicolodi in questo dramma borghese cupo, dove si consuma il duplice omicidio della moglie e della piccola figlia del suo amante, Maurice, un drammaturgo interpretato da Orsini.

Ricordo la scenografia sbilenca, come se tutto fosse in bilico tra la vita e la morte, in equilibrio tra mondo onirico e realtà. Lo spazio scenico era intriso di drappi neri, con tutti i personaggi sempre in scena, testimoni di ciò che la “femmina satanica” Henriette compie per indurre un uomo al gesto estremo.

Alla Nicolodi è stato impresso un marchio di fabbrica del retaggio che sin dai primi Anni Settanta ha contribuito ad affermarla nel panorama della scena artistica. La vollero registi cult quali Mario Bava, in Schock (1977) – e non posso non citare l’esordio alla regia del Maestro con La maschera del demonio con Barbara Steele – e il figlio Lamberto, in Le foto di Gioia.

Ero molto appassionato di questi generi, che mi hanno tenuto compagnia per almeno due decenni. Ho passato serate indimenticabili davanti alla televisione in bianco e nero a gustarmi gli sceneggiati italiani di allora, con il permesso dei miei genitori di sforare il fatidico altolà di Carosello. Tempi antichi per molti giovani di oggi, nostalgici per chi come me ha avuto il piacere di ammirare Daria Nicolodi in tutta la sua bravura. Ciao Daria.

 

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