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Perché ci piacciono i cattivi?

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Cari amici di Giallorama, oggi vorrei parlarvi di ciò che rende ogni crime story degna di essere letta, amata e ricordata: il cattivo.

Eh sì, perché tu puoi creare il più affascinante degli eroi, ma senza un antagonista all’altezza della situazione sarà sempre difficile catturare il lettore.

La psicologia del cattivo, negli anni, si è arricchita di sfumature sempre più sottili e variegate. In alcuni romanzi, piuttosto che essere identificato con una persona fisica, l’antagonista della storia è il contesto sociale, la “città” intesa come organismo vivente, votato alla corruzione e all’autodistruzione. È il caso del roman noir che spesso lascia nel lettore quel senso amarognolo nel riconoscere che, in fondo, sono tutti colpevoli.

Altre volte, e capita sempre più spesso, il lettore (o lo spettatore, nel caso delle serie televisive e dei film) è indotto a parteggiare per il cattivo, cosicché l’antagonista diviene protagonista assoluto e il nostro cuore palpita a ogni suo tentativo di sottrarsi alla punizione.

È il caso di fortunatissime serie come Ozark e Breaking Bad, ma anche di romanzi quali Il silenzio degli innocenti e Hannibal nei quali, pur riconoscendo la nefandezza delle azioni compiute, finiamo quasi sempre per sperare che il nostro sulfureo personaggio “lives to fight another day”!

Ma come ci riescono?

Come fanno i Thomas Harris e James Ellroy di questo mondo a farci prendere a cuore le sorti di personaggi tanto corrotti e immorali?

Nella mia carriera di lettore, mi sono imbattuto spesso in alcune strategie ricorrenti, trucchi del mestiere capaci di farci piangere lacrime di compassione anche per creature mostruose.

Di seguito, proverò a descriverne alcune per voi.

 

“Siamo tutti Joker”, ovvero il mondo è una merda

Film (relativamente) nuovo, strategia vecchia, forse la più vecchia in assoluto.

Qualcuno, forse molti, di voi avrà visto al cinema il bellissimo Joker di Todd Phillips, nobilitato dalla magistrale interpretazione di Joaquin Phoenix. Il regista prende uno dei cattivi più famosi di tutti i tempi, l’alter-ego perverso di Batman, e ci scaraventa nel dedalo melmoso della sua vita.

Una madre patologizzante e bugiarda, un disturbo neurologico non curato e non rispettato, un contesto sociale più sporco e bucherellato di una maglietta di Bruce Willis al termine di un qualunque episodio di Die Hard. Bullismo, prevaricazione, sfruttamento.

Aggiungiamoci un miraggio di nobili origini e una fantasia di riscatto frantumate con parole spietate, l’umiliazione di riconoscersi una volta di più zimbello di un mondo che ti guarda dall’alto in basso, e il gioco è fatto.

Phoenix ci presenta un personaggio di cui sappiamo già che sarà votato al Male, eppure ci spinge a provare quell’empatia che ci lega alla sua storia. Cosa vuole dirci? Che, sottoposto a una quota sufficiente di pressione, qualunque materiale si frantuma, che l’innocenza è solo un fatto di circostanze e piani inclinati, di biglie che rotolano a destra anziché a sinistra.

Siamo tutti Joker. O meglio, potremmo esserlo se il mondo decidesse di trattarci abbastanza male.

Proprio su questo messaggio, Phillips e Phoenix fondano la loro trappola, nella quale è difficilissimo per lo spettatore non cadere. Quanti di voi non hanno davvero provato nulla, per questo ragazzo che ha il problema di dover ridere anche quando è triste?

Troviamo diversi esempi di questa strategia in letteratura noir e thriller, molti dei quali avrete sicuramente già letto. Ve ne consiglio quindi uno meno conosciuto e poco ortodosso, ma formidabile: Un segreto non fa rumore di Sofie Laguna.

 

“Tengo famiglia”, ovvero anche gli assassini amano

Pablo Escobar era un trafficante, un assassino senza scrupoli, uno spietato manipolatore. Eppure, al termine della strepitosa stagione 2 di Narcos – fortunatissima serie tv di Netflix – quando lo vediamo aggirarsi sempre più solo e braccato, oramai ridotto all’impotenza, un po’ ci dispiace. Soffriamo nel vederlo fuggire, goffo nella sua tutona, tra i tetti prima di essere freddato dai policia.

Perché ci dispiace?

Perché nel frattempo lo abbiamo visto amare, cercare di mettere al sicuro la propria famiglia, struggersi per il tradimento degli amici.

Pablo ci cattura e ci attira in trappola con le armi della normalità: il desiderio di vita, di relazioni, di piccole cose come un falò acceso per tenere al caldo tuo figlio.

E, in fondo, è anche il magistrale colpo di frusta alle coscienze che Agatha Christie ci assesta con il finale di Assassinio sull’Orient-Express.

L’occhio acuto di Poirot diviene anche quello del lettore, che scandaglia le speranze perdute, le possibilità carbonizzate, i desideri irrisolti dei viaggiatori.

Quando alla fine il mistero viene svelato, il lettore, come Poirot, si ritrova in equilibrio precario su un bilico morale ed è quasi obbligato a sospendere qualsiasi giudizio.

 

“Chi è senza peccato?”, ovvero dalla parte del cannibale

Hannibal di Thomas Harris, seguito del celebre Silence of the Lambs e del romanzo precedente, I delitti della terza luna, è un esempio magistrale di come un bravo scrittore possa indurre il lettore a stare dalla parte di un mangiatore di carne umana.

E, attenzione, Harris ci riesce attraverso un impianto narrativo (nel film l’operazione non riesce, dando vita a un sequel floscio che Jodie Foster rifiutò di interpretare) sofisticato, dosando bene e male con la precisione di un alchimista.

Harris non sposta la bussola morale del suo personaggio, non cerca di dipingerlo “meno peggio” di come ci era parso nel prequel. Semmai, siamo sempre più risucchiati verso il cuore nero di un personaggio nel quale crudeltà e intelligenza vanno di pari passo.

Piuttosto che rischiarare le tenebre del dottor Lecter, Harris annerisce tutto il resto. Crea un contesto di oscurità nel quale diviene impossibile parteggiare per qualcuno sulla base della sua bontà e innocenza. E allora tanto vale stare dalla parte di colui che colpisce per astuzia, acume, brillantezza di spirito.

L’operazione era già abbozzata nel primo romanzo, nel quale il dottor Chilton, che dovrebbe rappresentare la parte sana della società, è in realtà non meno sadico del suo antagonista. Nel seguito viene portata a compimento per mostrarci che nessuno è innocente, quindi condannare sarebbe un’operazione sleale.

 

“Dì a tua sorella che avevi ragione”, ovvero l’atto di redenzione

Ci sono malvagi che ci piacciono perché, a un certo punto, ne cogliamo il tormento, il cuore diviso. Cogliamo il loro desiderio di essere qualcosa di meglio di ciò che sono stati fino a quel momento, senza magari riuscirvi. Perché il Male può essere come le sabbie mobili che ti inghiottono ancora più in fretta, se cerchi di tirartene fuori.

La mia generazione è cresciuta all’ombra della riconciliazione tra Darth Vader e il figlio Luke Skywalker. Il sacrificio in extremis e quelle parole, sospirate con l’ultimo respiro: “dì a tua sorella che avevi ragione”, a sottintendere che sì, per quanto corrotto e malvagio, era ancora capace di amare.

Ma le redenzioni e le espiazioni in extremis, nel cinema e in letteratura, si sprecano.

Dai febbrili pentimenti di Raskolnikov, indimenticabile protagonista di Delitto e Castigo, fino ai tormenti dell’Innominato, villain redento de I promessi sposi, si tratta forse di uno dei topoi letterari più potenti.

Questa strategia si fonda sul concetto di giustizia retributiva e, per essere convincente, deve bilanciare alla perfezione il male fatto e l’atto riparatore.

Per questo motivo, spesso, il momento della redenzione coincide con la morte del villain, che sceglie di annientarsi per salvare qualcun altro. In altre situazioni, la redenzione può avere connotati meno tragici: la rinuncia a una somma di denaro o all’amore.

Nella serie di romanzi dedicata all’assassino su commissione John Rain, per esempio, Barry Eisler è abilissimo nel mostrarci il prezzo che il protagonista paga per le proprie scelte, una volta giunto alla crisi di coscienza innescata dall’incontro con la bella e tormentata Midori.

Il fallimento nel bilanciare il male fatto con il prezzo pagato può risultare in una trama poco convincente o, anche peggio, in un finale debole.

È il caso, mi duole dirlo, di M. Night Shyamalan, che nel film Glass sceglie di riabilitare con troppa facilità il suo “Uomo di vetro”, protagonista di stragi efferate nel nome di una non meglio precisata libertà degli esseri speciali. Peccato, perché dopo gli ottimi Unbreakable e Split – e con un cast eccezionale a disposizione – è stata un’occasione persa…

Eccoci giunti a questo breve excursus su alcuni trucchi narrativi che hanno dato lustro ai nostri amati e odiati “villain”.

E voi? Quale “cattivo” portate nel cuore?

 

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