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Quei vampiri di Polansky, un film culto tra horror e commedia

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Come in ogni favola che si rispetti, letta da un bambino, si prova la paura senza avvertire il senso del pericolo. È questa l’atmosfera che il grande regista Roman Polansky ha utilizzato per creare il mondo fiabesco di Per favore non mordermi sul collo (Dance of the vampires), film cult del 1967.

Dal primo film sul vampiro per eccellenza, Nosferatu di Murnau, erano passati quarantacinque anni. Nel 1922, il film muto in bianco e nero del regista tedesco, liberamente tratto dal romanzo di Bram Stoker, divenne il caposaldo della cinematografia horror ed espressionista amato dai cinefili.

Negli anni Cinquanta, la Hammer, casa di produzione cinematografica britannica, nata dalle ceneri di una precedente compagnia, iniziò un filone horror che durerà fino agli anni Settanta, portato alle glorie del pubblico, tra gli altri, da leggende quali Christopher Lee e Peter Cushing

I due attori recitarono insieme per più di quindici volte (famoso il primo nel ruolo del Conte Dracula e il secondo in quello di Abraham Van Helsing) incarnando sul grande schermo il pantheon dell’horror con film rimasti nell’immaginario collettivo. Iniziarono nel 1957 con la Maschera di Frankenstein, nel 1958 con Dracula il vampiro e nel 1959 con La mummia, a cui seguirono le inevitabili variazioni sul tema.

Roman Polansky traspose per il cinema il primo omaggio al genere vampiresco in forma di commedia, un trionfo dell’ironia, quasi farsesca, spesso esplicitamente comica, raccogliendo tutti i topos a disposizione: il cacciatore di vampiri, il goffo e timido assistente, i Carpazi, la bella insidiata dal mostro, il tetro castello, il vampiro di alto lignaggio.

La vicenda si svolge in un’ipotetica Transilvania ricostruita in un teatro di posa. Il professor Abronsius, studioso di vampirismo, giunge in slitta in una locanda, accompagnato dal suo giovane assistente Alfred (interpretato dallo stesso regista). 

Già l’incipit è comico: Abronsius, congelato a causa delle temperature polari, viene soccorso dai commensali, dai due locandieri e dalla bella figlia di questi, Sarah (Sharon Tate). Per Alfred e Sarah è amore a prima vista, e sarà l’amore, anche un po’ voyeuristico, a scatenare i fatti che seguiranno.

Le pareti della locanda, addobbate da numerose corone di aglio, convincono il professore di essere sulla strada giusta nella sua caccia ai vampiri e quando un uomo deforme giunge a comprare una partita di candele, il sospettoso Abronisus manda in avanscoperta Alfred che al suo ritorno conferma la vicinanza di un tenebroso castello. 

La bella Sarah non rinuncia mai a un bel bagno caldo. Aiutata da Alfred a riempire la vasca, s’immerge avvolta dalla schiuma massaggiandosi con la spugna la pelle candida. Alfred non riesce a evitare di spiarla dal buco della serratura. Ecco cadere qualche fiocco di neve sulla ragazza. Il lucernario è stato aperto. Su Sarah si cala un mantello nero foderato di rosso, è il Conte Von Krolock che la morde al collo e la rapisce. 

Il primo piano dei suoi lunghi denti affilati imbrattati di sangue, ai limiti del parossistico, disgusta Alfred che, inorridito, diffonde la notizia.

Da qui, ha inizio la rocambolesca missione in cerca dei vampiri e della bella ingenua.

Giunti al castello, i due protagonisti vengono acciuffati dal servo deforme che, dopo averli rinchiusi in una cantina, li porta la cospetto del Conte. Il vampiro offre loro ospitalità mettendo a disposizione del professore la grande biblioteca e dell’assistente suo figlio, Herbert.

Spassosa la scena della seduzione e dell’inseguimento da parte del giovane vampiro nei confronti di Alfred, in un crescendo musicale, che accompagna i momenti clou del film. Herbert, in una provocante camicia da notte bianca, lunga appena sotto il sedere, biondo e boccoluto come Marylin, rincorre il malcapitato per corridoi polverosi, addobbati da lugubri ritratti, ripide scale e stanze barocche. 

La colonna sonora alterna momenti di sospensione romantica ad acuti ritmati e spasmodici che conferiscono dinamismo in una chiave surreale, trasportando lo spettatore dall’eros palpabile tra Alfred e Sarah alle atmosfere mortifere del mondo sovrannaturale intriso di credenze popolari e superstizione.

Inutili i tentativi di far fuori la coppia di vampiri. Come Stanlio e Ollio, Alfred e il professore innescano gag esilaranti una dopo l’altra. Abronsius, rimasto incastrato nella stretta finestrella dalla cripta che ospita le due bare dove i vampiri riposano durante il giorno, delega Alfred a usare martello e paletto di frassino; ma l’assistente, la parte naïf del duo, in contrasto alla spregiudicatezza del professore, ha troppa paura e desiste. Nel suo girovagare nel castello, distratto dalla bella Sarah, ripescherà il professore di nuovo congelato, e stavolta con una bella stalattite sulla punta del naso.

Il titolo originale del film, Dance of the vampires, si esprime nel gran ballo finale. Dal cimitero nel cortile del castello, si risvegliano decine di vampiri imparruccati, in redingote e farsetti per celebrare in nome di Lucifero la nuova arrivata, Sarah, oltre a una cameriera vampirizzata dal locandiere, nel frattempo divenuto anche’egli vampiro.

Imprigionati in una torre dal Conte, Abronsius e Alfred riescono a sfondare la porta blindata con una cannonata. Travestiti da vampiri, con tanto di parruccone per Abronsius, partecipano alle danze e intercettano Sarah. Durante la quadriglia, i tre si ritrovano davanti al grande specchio della sala delle feste, dietro di loro il corteo di vampiri; ma sono gli unici a riflettersi. Smascherati e inseguiti dall’orda dei succhiasangue si precipitano verso l’uscita del castello.

Il cerchio si chiude come all’inizio del film, in slitta. I tre fuggiaschi, inseguiti dal servo deforme, si allontanano, tra l’ululare dei lupi e il tintinnio della slitta che corre sotto il chiaro di luna. Il servo perde il controllo della guida e precipita in un burrone. Il lieto-fine sembra auspicabile. Abronsius imbraccia le redini, lanciando i cavalli al galoppo, sui sedili posteriori siedono Alfred e Sarah, addormentata sulla sua spalla; ma proprio quando il pericolo pare scampato, la giovane si risveglia, snuda i canini appuntiti e li affonda nel collo del giovane assistente.

La stessa voce fuori-campo del narratore, sentita presentare la strana accoppiata, accomiata i protagonisti commentando come “quel Male che Abronsius voleva estirpare, si propagherà in tutto il mondo”.

Polansky, alla sua prima produzione ad alto budget, si accordò con Martin Ransohoff, noto produttore americano, che acquistò i diritti del film per la distribuzione negli Stati Uniti. Ransohoff intervenne sul montaggio della pellicola, tagliò ben venti minuti di girato, rese animati i titoli di testa, sostituì il titolo originale con The fearless vampire killers, or pardon me, but your theet are in my neck per rendere più commerciale la pellicola; ma pare che non riuscì a decidere sulla scelta della protagonista femminile, Sharon Tate, allora fidanzata e futura moglie di Polansky (anche se alcune fonti sostengano il contrario, fu Ransohoff a imporre Sharon, con l’intento di portare una ventata di leggerezza e candore sul set e richiamare l’attenzione dei media sulla coppia).

Mi piacerebbe pensare Roman e Sharon proprio come nel film di Quentin Tarantino C’era una volta ad Hollywood in cui nella scena finale, ambientata nella villa di Rick Dalton, attore al tramonto interpretato da Leonardo Di Caprio, vicino di casa dei Polansky, l’intraprendente Brad Pitt uccide i seguaci di Charles Manson, salvando indirettamente la vita di Sharon Tate che non si accorge di nulla se non all’arrivo della polizia. Un happy-ending per una sfortunata e splendida attrice che il 9 agosto 1969 fu barbaramente uccisa al nono mese di gravidanza da un gruppo di pazzi fanatici. 

 

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