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Ruju, dal fumetto al romanzo nel segno del noir

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Da Dylan Dog a Franco Zanna. Passando per Tex, Nathan Never, il noir di Massimo Carlotto e tanto altro. Pasquale Ruju ha cominciato come sceneggiatore per la Bonelli, ma da qualche anno ha iniziato a scrivere anche romanzi, passando dalla sceneggiatura alla narrativa, andata e ritorno.

Il codice della vendetta è il suo ultimo, uscito per Edizioni E/O, ed è il terzo di cui è protagonista un fotoreporter, che si muove in una Sardegna a due facce, da una parte quella abbronzata, sorridente e facoltosa, dall’altra quella meno presentabile di affari loschi e strani giri. Anche lui, come il suo autore, è uno abituato a lavorare per immagini. Perché una sceneggiatura è questo: immagini scritte, che qualcun altro dovrà realizzare. Ma l’immagine è ormai anche il cardine della narrativa, che ha fatto dello show don’t tell il proprio comandamento universale. Primo giorno di corso di scrittura creativa: non spiegarlo, mostralo. Così, addentrarsi nel lavoro di Ruju vuol dire trovare connessioni tra due modi di raccontare apparentemente diversi, ma allo stesso tempo vicini. 

E quindi, tanto per cominciare, com’è che sei diventato uno sceneggiatore di fumetti?

Dopo la laurea, oltre al lavorare in teatro e nel doppiaggio, avevo maturato una certa esperienza come sceneggiatore e regista di corti e mediometraggi nel cinema indipendente. Fu uno di quei cortometraggi, un piccolo horror girato in 16mm, a interessare Mauro Marcheselli, allora curatore della testata Dylan Dog per la Sergio Bonelli Editore. Fu proprio Mauro, con Antonio Serra di Nathan Never, a commissionare le mie prime sceneggiature a fumetti. I lettori dimostrarono di gradire quei lavori, e così nel giro di pochi mesi mi ritrovai a entrare in pianta stabile nella squadra di autori Bonelli.

Ti sei misurato da subito con un cult assoluto del fumetto italiano, Dylan Dog. Cosa vuol dire lavorare a un personaggio così famoso? Inventare una storia che lo riguarda, farlo parlare, decidere come si comporterà in quella situazione. Quanto sei libero di inventare? Come riesce un autore a far proprio un personaggio che è già così strutturato e sedimentato nell’immaginario dei lettori?

Non è molto diverso dal lavoro che fa un attore cimentandosi con un grande testo teatrale, per diventare Amleto, o Macbeth, o l’Uomo dal fiore in bocca. Deve esserci un percorso di immedesimazione, che passa attraverso lo studio di quanto hanno scritto altri autori prima di te, delle caratteristiche del personaggio e del suo mondo, degli “spazi” in cui si può raccontare ciò che ancora non è stato scritto. E infine della ricerca di una maniera “tua” per affrontare quel personaggio e le sue storie. Un lavoro piuttosto lungo, che precede la prima riga di sceneggiatura. Nel mio caso, fu di aiuto conoscere a menadito il mondo di Dylan, dato che ne ero un appassionato lettore fin dal primo albo. Quando mi chiesero di lavorare su Tex, personaggio che pure conoscevo bene, decisi invece di rileggermi tutta la serie inedita uscita fino ad allora. Centinaia di albi, mesi di riletture, che però ritenni, e tuttora ritengo, indispensabili.

Un aspetto che mi incuriosisce è come riesca uno sceneggiatore a ricordare tutto quello che è successo nelle storie di un personaggio longevo proprio come Tex, per non ripetersi mai e non cadere mai in contraddizione con qualcosa che è avvenuto anni fa con altri sceneggiatori. Qual è il segreto?

Ci si aiuta con la Rete e con i propri colleghi. Mauro Marcheselli per Dylan Dog, e Mauro Boselli per Tex, sono prodigi di memoria storica delle due testate. Può capitare di affrontare più volte situazioni simili (i vampiri nel mondo di Dylan, o i predoni indiani in quello di Tex, per dirne una), ma l’importante è cercare sempre un approccio originale. È il bello e anche il difficile di lavorare nella serialità.

La sceneggiatura nel fumetto utilizza un linguaggio che è simile a quello cinematografico. Si parla di primi piani, inquadrature dall’alto, dialoghi e tutto il resto. Ma nel fumetto non c’è movimento. O meglio, c’è ma in modo diverso rispetto a una pellicola. Ce lo puoi spiegare?

Per dare al lettore l’impressione del movimento – e fare in modo così che la sua mente colmi gli spazi vuoti fra una vignetta e l’altra – occorre catturare il gesto più significativo di ogni sequenza. Solo quello, in modo da non creare difficoltà al disegnatore. E non scordare nulla. Prevedere ogni cosa. Se un personaggio userà una pistola, dobbiamo sapere prima dove troverà quell’arma, se l’ha addosso o se la tirerà fuori da un cassetto. E fin da inizio scena dobbiamo mostrare quel cassetto chiuso, o la fondina, o una giacca che possa nasconderla. Non bisogna lasciare “buchi” innaturali fra un movimento e un altro, ma neppure insistere su ogni minima variazione. Le sequenze disegnate danno ritmo alla scena insieme ai dialoghi, e devono sostenersi a vicenda. Tenere conto di tutto questo richiede una forma mentale che con il tempo e l’esperienza diventa automatica. Vale per le scene di dialogo – in cui i personaggi possono compiere piccoli movimenti come bere, camminare, fumare una sigaretta, per non annoiare il lettore – e ancora di più per le sequenze d’azione, lente o frenetiche che siano.

Per arrivare in libreria, il fumetto si è dovuto chiamare graphic novel. Eppure, abbiamo sempre avuto grandi maestri, spesso conosciuti prima all’estero che dalle nostre parti. Cos’è successo davvero negli ultimi dieci anni, qual è stato il passaggio che ha finalmente dato al fumetto la giusta considerazione letteraria?

Il (o “la”) graphic novel è fumetto, a mio parere. Punto. Fumetto che va in libreria invece che in edicola, ma pur sempre fumetto. L’arte sequenziale permette di raccontare ogni tipo di storia, da quelle per bambini, a quelle più adulte, dalle commedie alle tragedie, dal “genere” al “letterario”. I francesi lo hanno capito ben prima di noi, come anche i giapponesi. Ben venga comunque, finalmente, un riconoscimento al fumetto anche nel mondo delle librerie. Però sentir dire: “Io non faccio fumetti, faccio graphic novel”, a me francamente fa sempre un po’ sorridere.

È interessante anche un aspetto che riguarda il pubblico. Perché le manifestazioni dedicate al fumetto raccolgono in genere una partecipazione e un entusiasmo che è difficile trovare altrove. Penso a Lucca Comics, per esempio. A quel tipo di energia che non è così scontato trovare in un festival letterario. Secondo te c’entra qualcosa quel tipo di atteggiamento, proprio del mondo del fumetto, di non fare troppe distinzioni tra generi, tra alto e popolare? 

Credo sia proprio per quello. Ci si sente, autori e lettori, parte di uno stesso mondo. Un mondo accessibile a tutti. Non una élite. Questo aiuta a colmare le distanze, a dialogare senza impedimenti. È una cosa che, da autore di noir, vedo succedere anche negli incontri dedicati alla letteratura di genere. Pubblico e autori sono rilassati, complici, sullo stesso piano. Personalmente, come ho detto, penso che si possa raccontare qualunque tipo di storia, utilizzando i fumetti, il genere, la prosa, la poesia… I concetti di “alto” e “popolare” sono molto relativi (Shakespeare era popolare, ai suoi tempi, anche Dante e Manzoni lo erano, lo erano Eduardo De Filippo e Moravia). Quello che conta, alla fine, è trovare il tuo pubblico, e dire ciò che hai da dire con gli strumenti a te più congeniali.

A proposito di fumetti in libreria, è uscito da poco per Feltrinelli Ballata per un traditore, che hai sceneggiato da un soggetto di Massimo Carlotto (i disegni sono di Davide Ferracci). Com’è nata l’idea di questa collaborazione con il grande maestro del noir italiano?

L’amicizia e la collaborazione con Massimo Carlotto è nata parecchi anni fa, quando lui e Colomba Rossi mi invitarono a far parte della collana noir Sabot/Age, per le Edizioni E/O. Sono da sempre un lettore di Massimo, e ho scoperto che anche lui mi seguiva sulle testate Bonelli. Così, a un certo punto, ci è venuto naturale pensare a una collaborazione. Ne abbiamo parlato diverse volte, a cena o in occasione di incontri letterari, e alla fine mi ha proposto un soggetto originale che avrebbe voluto sviluppare a fumetti. Da lì, abbiamo pensato a un linguaggio peculiare e quasi “cinematografico” per quel tipo di storia, al tratteggio dei vari personaggi, alle ambientazioni e ai dialoghi, confrontandoci su ogni passaggio. È stato un lavoro svolto in una bellissima armonia, poi passato nelle mani di David Ferracci, che lo ha illustrato in modo suggestivo ed efficace. Tito Faraci, di Feltrinelli Comics, ci ha fornito la “casa” ideale per far crescere il progetto, e alla fine Ballata per un traditore è stato un successo, tanto che è già in cantiere un seguito.

Sempre per Feltrinelli è uscito nel 2019 il bellissimo e inquietante Nuvole nere (scritto con Andrea Cavaletto, disegnato da Rossano Piccioni). Una storia molto forte, in cui racconti come certe derive neonaziste possono prendere piede con un niente. Era un momento politico diverso da quello di oggi, in cui l’emergenza sanitaria ha sovrastato certi temi. Ma credi che riaffioreranno quando l’emergenza sarà passata?  

Le Nuvole Nere compaiono sempre nei periodi di crisi economica e sociale. È già successo in passato e anche oggi le vediamo all’orizzonte. Sta a noi impedire che si trasformino in tempesta, tenendo alta l’attenzione. Andrea, Rossano e io abbiamo cercato di farlo con i nostri mezzi, parole e inchiostro. Mezzi pacifici, che però a volte arrivano lontano.

Dal fumetto alla narrativa, per Edizioni E/O è uscito da poco il tuo romanzo Il codice della vendetta. Un noir, il terzo che ha per protagonista il fotoreporter Franco Zanna. Anche lui è uno che racconta per immagini. Come nasce il personaggio? 

Dopo oltre vent’anni di avventure ambientate a Londra, nel West, a Marsiglia e in altre parti del mondo, sentivo l’esigenza di tornare alla mia terra, la Sardegna, e provare a scrivere un racconto che vivesse di quei colori, di quei sapori, delle sue montagne e del suo mare. Ma al tempo stesso volevo una storia che non fosse solo “locale”, ma che avesse un respiro e implicazioni più ampie, mediterranee, internazionali. Il ‘conflitto’ latente che da sempre esiste fra il piccolo mondo che si riunisce in Costa Smeralda ogni estate – fatto di imprenditori, celebrità, industriali, politici e anche grandi criminali – e il resto dell’isola, mi è apparso come un potente motore narrativo. Così ho individuato un personaggio, un paparazzo dal passato doloroso, che mettesse in mostra quei due mondi, la loro distanza, le differenze ma anche certe complicità, e certe similitudini. Franco Zanna vede quei mondi attraverso l’occhio indagatore della sua Canon, e ce li mostra senza giudicarli, con un misto di tristezza e ribalda ironia. È stato facile, una volta capito che era il mio protagonista, raccontare o meglio ‘farmi raccontare’ proprio da lui tutte le sue storie.

Il noir prende molti spunti dalla realtà e della cronaca, per raccontare il volto meno presentabile della nostra società. È un genere in cui il confine tra bene e male, e quindi tra buoni e cattivi, non è così netto. Una visione profondamente diversa da quella espressa, invece, nel fumetto bonelliano, almeno quello più classico, come Tex. Da quale di queste visioni ti senti artisticamente più coinvolto? 

Zanna si colloca in una parte precisa del mio percorso narrativo e della mia vita. Non lo amo di più né di meno dei miei lavori per Bonelli e per altri editori. Ha il suo spazio, e mi permette di raccontare cose, fatti e persone in modo diverso, con una energia, un ritmo e una tecnica differente rispetto a quella dei fumetti. È stata una bella sfida, per me, cominciare a scrivere romanzi dopo i cinquant’anni, ma ogni comparto creativo si nutre degli altri, e li nutre a sua volta. Così, tornare a sceneggiare dopo un periodo di scrittura pura ti dà un rinnovato vigore. E viceversa. 

Hai mai pensato a raccontare Zanna in un fumetto? 

No, non ci ho pensato. Zanna non ha un volto e una fisicità precisi, non l’ho mai descritto. Preferisco lasciare che ogni lettore e lettrice lo immagini come vuole. Il suo spazio, almeno per ora, è quello dei romanzi.

Com’è stato passare dalla sceneggiatura alla scrittura di un romanzo? 

Di certo, l’esperienza nella sceneggiatura aiuta. Hai le malizie, la padronanza dell’intreccio, la consapevolezza che ti permette di evitare parecchi errori. Tuttavia è anche un “mestiere” differente, da imparare e perfezionare di romanzo in romanzo. Come dicevo, una bella sfida, tutt’ora in corso.

Domanda di rito, cosa bolle in pentola?

Oltre ai lavori a fumetti (Tex, soprattutto, ma anche il seguito di Ballata per un traditore) collaboro ad alcuni progetti televisivi e cinematografici, e alla creazione di un premio letterario nella mia città di formazione, Torino. Ma di tutto questo parleremo meglio fra qualche tempo. Per ciò che riguarda i romanzi, invece, prenderò un anno di pausa da Zanna per scriver un noir ambientato alla fine degli anni sessanta. Questo mi permetterà di stare lontano dal Covid. È ancora presto per me per raccontare i tempi della pandemia, dovrò farci bene i conti, prima. Letterariamente e umanamente.

 

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