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Scrivere crime, la parola agli esperti

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Basta un’occhiata alle classifiche dei libri più venduti per rendersi conto che il genere giallo/noir/thriller rappresenta un trend vincente, quindi sono molti quelli che si “buttano” e decidono di scriverne uno perché sicuri che in questo modo il romanzo venderà. Le cose però non sono così semplici. Per varie ragioni.

In primo luogo perché la costruzione di un giallo, in termini strutturali, è qualcosa di complesso e non è facile, al momento di tirare le fila, far tornare tutto. In secondo luogo perché ormai il lettore, spesso anche accanito consumatore di serie tv di genere, è molto smaliziato e pronto a cogliere la minima défaillance dell’autore. Per questa seconda ragione, una volta abbozzata una trama, è fondamentale rivolgersi ad esperti del settore per fare una verifica e avere la conferma della verosimiglianza di quello che vogliamo raccontare, onde evitare errori più o meno marchiani.

In tale ottica, la nostra associazione EWWA (European Writing Women Association) ha organizzato qualche tempo fa un convegno a cui furono invitati a partecipare Massimo Lugli, noto cronista di nera e apprezzato scrittore, Antonio Del Greco, ex dirigente della Squadra Mobile di Roma adesso a capo dell’Italpol e consulente di varie fiction televisive, Anna Maria Anselmi, avvocatessa e criminologa,  e Rossana Cecchi, anatomopatologa a capo dell’istituto di medicina legale di Parma. 

I loro interventi ci sembrano illuminanti per illustrare il concetto che abbiamo espresso sopra e ci fa piacere condividerne una sintesi con voi.

Premesso che il lettore si affida a noi entrando nel mondo che abbiamo progettato per lui, ma ne esce immediatamente se ne percepisce la falsità, la prima domanda che abbiamo rivolto ai nostri ospiti è stata: a cosa dobbiamo stare attenti in un romanzo  crime per riuscire a non inficiare, a causa di qualche evidente inesattezza, la credibilità di quello che stiamo raccontando? 

Ha preso la parola per primo Antonio del Greco, rimarcando come alcune delle cose che si vedono in particolare in TV siano fuori della realtà. A questo proposito ha citato l’esempio degli interrogatori, in cui è assolutamente falso che il poliziotto racconti all’interrogato cosa è accaduto e dialoghi con lui. L’investigatore dovrà fare solo domande brevi e per niente suggestive (come le definisce l’avvocatessa Anselmi, intervenendo e ribadendo che quel tipo di domande sono assolutamente vietate durante l’interrogatorio in giudizio) e sarà l’interrogato che dovrà dire il maggior numero di cose. Dalle sue dichiarazioni si redigerà un verbale di interrogatorio che lui o lei dovrà controllare punto per punto e accettare. 

Pur comprendendo che le esigenze narrative implicano che, per spiegare la storia al lettore o allo spettatore, qualcosa di più dettagliato  si debba dire, Del Greco ha ribadito che è assurdo pensare che sia l’investigatore a imbeccare l’interrogato con tutti i dettagli, come vediamo in TV. Nella realtà, infatti, se un investigatore facesse così, inevitabilmente direbbe delle inesattezze delle quali l’interrogato potrebbe approfittare.

Altre scene inverosimili sono spesso quelle di irruzione: poliziotti che entrano con in pugno l’arma carica uno davanti all’altro, a rischio di spararsi tra di loro. Altrettanto poco credibili sono gli inseguimenti fantasmagorici o le sparatorie tra la folla, anche se lui stesso ha ammesso che spesso la realtà supera davvero l’immaginazione.

La seconda domanda è stata come documentarsi per evitare di incorrere in errori di verosimiglianza. 

A questo proposito Del Greco ha sottolineato l’importanza della lettura dei verbali. Perché, per quanto nell’immaginario collettivo la vita dell’agente sia tutta azione e sparatorie (mentre, ha fatto notare, la migliore indagine è quella in cui non si spara un colpo perché, se si è costretti a sparare, vuol dire che qualcosa non è andata bene nell’attività investigativa), in realtà gran parte del lavoro si svolge in ufficio, nella trasposizione in verbali di quanto è stato fatto, verbali che al tempo stesso sono utilizzabili dall’autorità giudiziaria inquirente per orientarsi nel lavoro svolto e indispensabili per gli stessi agenti per procedere nelle indagini.

A questo punto è intervenuto Massimo Lugli per testimoniare la sua esperienza di cronista di nera che si mette dietro un poliziotto e lo segue passo passo nelle indagini (così è nata la grande amicizia e la collaborazione con Del Greco).

In merito all’aspetto propriamente narrativo, ha posto l’attenzione sui due termini plausibilità e possibilità: in narrativa va ricercata la plausibilità, ciò che potrebbe essere reale, senza mai dimenticare che non tutto ciò che è possibile è anche plausibile. Il suo suggerimento è stato di cercare terreni poco battuti perché, se si scelgono terreni già abbondantemente sfruttati, da un lato si è estremamente vincolati alla realtà dell’indagine e a quanto è già stato scritto, dall’altro si rischia di essere poco originali e quindi poco interessanti. 

Consultare un criminologo permette a uno scrittore non solo di approfondire la conoscenza delle metodologie dei personaggi che vengono messi in scena (che a volte risultano solo mere imitazioni dei loro omologhi americani), ha spiegato la dottoressa Anna Maria Anselmi, ma soprattutto significa cercare di entrare nella psicologia di chi commette un reato, comprendendo i meccanismi della sua personalità grazie alle tecniche di profiling. 

A seconda  del tipo di storia che si vuole raccontare e del criminale che si vuole descrivere, questo tipo di consulenza aiuta, ad esempio, a valutare quanto ci sia di genetico nel comportamento dell’assassino e quanto invece nella criminogenesi abbiano una rilevanza determinante l’ educazione e l’ambiente. 

A proposito degli errori che spesso si commettono, la criminologa ha fatto presente che non esistono casi in cui un colpevole confessi durante un interrogatorio nel processo, anche se in un romanzo o in una fiction una scena in cui l’assassino, pressato dagli avvocati o dalla polizia, alla fine confessi è sicuramente molto usata in quanto emotivamente forte, aggiungiamo noi.

Ci troviamo su un terreno molto delicato e scivoloso, quello delle differenze fra realtà e fiction, in cui bisogna sottolineare certi momenti della narrazione a scapito della fedeltà al mondo reale. Ma senza che ciò che raccontiamo risulti inverosimile.

Parlando proprio di diversità fra questi due mondi, la dottoressa Anselmi ci ha fatto notare quanto un classico delle fiction, la firma dell’assassino sul luogo dell’omicidio, sia una vera eccezione, piuttosto che una regola.

Nella vita vera, ha spiegato, un serial killer, man mano che procede, lascia sempre più tracce, perché non essendo stato subito scoperto diventa più spregiudicato, e quindi commette degli errori.

Inoltre nei successivi omicidi diminuisce sempre più il tempo di latenza (quello tra l’inizio di una azione omicidiaria e l’altra) e dunque le tracce si moltiplicano. Infine, l’omicida non si comporta mai con la vittima in un modo diverso da come si comporta nella vita reale: se è un compulsivo, manifesterà le sue manie anche sulla scena del crimine. Il reo interagisce con la vittima e viceversa, quindi le tracce dell’uno si troveranno sull’altra e viceversa.

Nel suo intervento, la dottoressa Cecchi ha evidenziato l’importanza della conoscenza dei ruoli e della terminologia che si utilizza quando si descrivono figure che attengono alla sfera della medicina legale.

Il medico legale che ha specifica competenza nell’accertamento della causa di morte è più correttamente un patologo forense. Tale professionista è chiamato innanzitutto a effettuare il grande discrimine tra le cause di morte non violenta (o naturale) e violenta. Le cause di morte violenta sono accidentale, suicidiaria, omicidiaria e iatrogena (ossia morte come conseguenza di una cura sbagliata). 

Altra importante branca della medicina legale collegata al crimine è la psichiatria forense, che studia la psicologia del reo, un po’ come la criminologia ma da un punto di vista più strettamente medico, ravvisando l’esistenza di vere e proprie patologie psichiatriche laddove il criminologo utilizza invece la psicologia come scienza sociale. 

La dottoressa ha poi sottolineato che è importante che sia lo stesso patologo che si è recato sul posto a effettuare l’autopsia (anche se purtroppo questo a volte non succede), sia perché è in grado di contestualizzare ciò che trova sul corpo, ricordando esattamente ciò che ha notato sulla scena del crimine, sia perché così non  fa che continuare quel dialogo muto che è iniziato quando ha avuto il primo contatto col corpo.  

Inoltre, poiché una delle cose più importanti in un caso di morte violenta è non solo l’individuazione della causa ma anche l’arco temporale in cui essa è avvenuta, è chiaro che il patologo, se si è recato sul posto e ha misurato la temperatura cadaverica, può aver notato dei particolari che possono influire sulla stessa e dunque contribuire a restringere o a dilatare la finestra temporale in cui la morte può essere avvenuta.

È sicuramente una finzione narrativa quella del medico legale che dice che la morte è avvenuta ad esempio tra le 12,57 e le 13,11. Le finestre temporali sono di solito piuttosto ampie e non hanno minuti precisi.

Altro problema che può presentarsi è quello della identificazione del corpo. Questo non solo perché può non conoscersi l’identità di un cadavere intatto, ma soprattutto perché spesso non è riconoscibile per fenomeni post mortem, ad esempio la permanenza in acqua o l’esposizione ad animali. In alcuni di questi casi occorre un’altra figura professionale che è l’antropologo forense, ovvero chi studia le ossa per risalire ad elementi abbastanza certi quali il sesso o l’età.

Massimo Lugli ha riportato il discorso in chiave narrativa e, in una breve sintesi, ha ricordato che in un romanzo crime è necessario: non dare mai nulla per scontato (lasciare sempre un certo margine di dubbio e di ricostruzione attiva da parte del lettore); partire dall’evento già avvenuto – ma non si sa come – e disseminare un certo numero di indizi; nel noir parlare anche dal POV del colpevole; cercare territori nuovi, non battuti, muovendosi in quel mondo che magari non esiste ma potrebbe esistere.

Alla fine – ha concluso – non facciamo pura cronaca ma narrazione, finzione, quindi dobbiamo saper mediare tra realtà e fantasia.

 

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