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Trent’anni di Twin Peaks – Parte I

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La scena si svolge all’interno del Du-par’s, una tavola calda di Los Angeles. Seduti da una parte ci sono due personaggi. Lavorano nel mondo del cinema, ma il loro agente, Tony Krantz, vuole da loro una proposta per una serie televisiva da vendere alla ABC. La rete sta attraversando un periodo di ridefinizione e vorrebbe qualcosa di nuovo. Qualcosa di diverso da quello che la gente è abituata a vedere in televisione. Ed è in questo momento che i due seduti a quel tavolo iniziano a ragionare attorno a un’idea. Un’immagine. Un corpo avvolto nella plastica e trasportato dalla corrente sulla riva di un lago. Quelle due persone si chiamano David Lynch e Mark Frost, il corpo è quello di Laura Palmer e il ‘qualcosa di diverso’ che sta nascendo in quel momento si chiama Twin Peaks. 

Nel settembre del 1989, il primo episodio fu proiettato in anteprima al Miami Film Festival (negli Usa debutterà in televisione l’8 aprile 1990). Tra i critici in sala c’era Howard A. Rodman, del magazine inglese Connoisseur. Il titolo dell’articolo che uscì con la sua firma non lascia spazio a esitazioni: ‘The series that will change TV forever’.

Sono passati trent’anni da quel 9 gennaio 1991 in cui Canale 5 mandò in onda, in prima serata, quel primo episodio della serie I segreti di Twin Peaks. Un pilota di 94 minuti, una sorta di puntata doppia. La scena si apre con un uccellino (una specie chiamata ‘scricciolo di Bewick’), una segheria, un paesaggio di montagna, un bosco. La strepitosa colonna sonora di Angelo Badalamenti si apre con due note di chitarra dal fascino vagamente rétro, che aggiungono subito quella suggestione di indefinitezza temporale nella quale si svolge la storia, ambientata nel 1989 (anno delle riprese) ma con continui rimandi ad atmosfere ed estetiche degli anni Cinquanta, un gusto che oggi definiremmo ‘vintage’. Dopo le prime note di quella musica, nel momento in cui compare il cartello con la scritta Welcome to Twin Peaks, tutta la televisione che eravamo abituati a guardare diventa immediatamente obsoleta, vecchia. 

Rodman aveva ragione.

E a trent’anni di distanza, quelle immagini non hanno perso nemmeno un grammo del loro fascino. Anzi, se Twin Peaks era incredibilmente avanti nei tempi allora, per certi versi ancora oggi appare più avanti di tante opere molto più recenti. Non solo per la produzione in sé, ma per il modo in cui quella storia, con i suoi personaggi, si è sedimentata da subito nell’immaginario collettivo. I primi anni Novanta sono gli anni di Chi ha ucciso Laura Palmer?, un mistero che improvvisamente riguarda tutti. Anche chi quella serie non la guarda. Anche chi non assiste a un solo attimo di messa in onda sa chi è Laura Palmer. E, sotto sotto, anche se fa finta di non seguire certe cose, vuole sapere chi l’ha uccisa. 

L’evento televisivo fa subito breccia e diventa un fenomeno culturale di massa. L’era dello streaming non è ancora arrivata e, per quanto ci siano già videoregistratori puntati all’ora X, il pubblico che ogni mercoledì sera alle 20.40 si ferma immobile di fronte a Twin Peaks  (circa dieci milioni di spettatori a puntata) partecipa a un rito collettivo, che avviene in contemporanea. Come fosse in diretta. Nei giorni successivi si parla di quello che è successo nell’ultima puntata, si propongono ipotesi. E si aspetta il prossimo episodio. Questo è un aspetto che solo di recente certe serie particolarmente seguite hanno cercato di recuperare, proponendo un episodio a settimana (Il Trono di Spade, The Mandalorian), ma il pubblico che preferisce il binge watching aspetta di avere tutti gli episodi, i nuovi spettatori decidono di partire dalla stagione prima, c’è chi segue la serie in lingua originale ed è avanti di una settimana rispetto a chi la segue tradotta, chi sta pronto con il telecomando appena la puntata è online e chi ‘mi mancano due puntate, non dirmi niente, me le guardo sabato con la pizza’. In poche parole, la visione diventa asincrona. Il pubblico di frammenta. È così che nasce il rischio spoiler e che le varie speculazioni tra articoli, post e tutto il resto non riguardano più tutti gli spettatori ma solo chi è arrivato a quel punto della visione. 

Già una decina di anni dopo Twin Peaks, per esempio, con Lost (prima stagione, 2004) avevamo chi seguiva la stagione trasmessa dalla Rai, chi seguiva la stagione successiva sulla Fox, chi scaricava il torrent di quella  ancora successiva in lingua originale che stavano dando negli Usa e chi si chiudeva in casa il fine settimana con il cofanetto degli arretrati, con il risultato che Lost è stata sicuramente un fenomeno di massa, ma in modo diverso, quasi individuale, e ogni volta che capitavi di fronte a un articolo con qualche teoria su cosa fosse avvenuto su quell’isola, mentre fino a qualche anno prima ti ci saresti fiondato avido di notizie di cui discutere con gli altri, adesso invece ti trattenevi, cercando di capire a quale stagione si riferisse l’articolo per non rovinarti qualche colpo di scena che, forse, gli altri già avevano vissuto. Con Twin Peaks, invece, lo stesso mistero riguardava tutti, nello stesso momento.

Ma cosa rende quest’opera così straordinaria? È impossibile decifrarlo del tutto (stiamo comunque parlando di Lynch), ma alcuni elementi sono visibili a occhio nudo. La sceneggiatura, per esempio. Una contaminazione di generi che unisce giallo, noir, mistero, horror, grottesco, vita adolescenziale, ambiguità varie, simbolismi, esoterismo e sotto trame di sentimenti e conflitti familiari in pieno stile soap opera (un genere che in quegli anni andava parecchio). Tra le varie fonti di ispirazione, infatti, gli autori hanno citato più volte Peyton Place, una delle prime soap andate in onda negli Usa in prima serata, dalle quali discendono tutte le altre, compresa Dallas, di cui proprio nel 1991 andò in onda su Canale 5 l’ultimo episodio. Inizia Twin Peaks, finisce Dallas.

Un legame, quello con la soap, che Lynch e Frost hanno tra l’altro reso esplicito con l’inserimento di una serie all’interno della serie. Si tratta proprio della soap Invito all’amore, che gli abitanti di Twin Peaks seguono nei loro televisori, mentre loro stessi sono seguiti all’interno di un televisore da un pubblico che, nella mente gli sceneggiatori, è probabilmente ignaro di essere osservato a sua volta da qualcun altro. E se in qualche modo quello che avviene in Invito all’amore a volte ha qualche relazione con quanto avviene in Twin Peaks, allora…

Dettagli. Che fanno di Twin Peaks, ancora oggi, un gioco di citazioni e rimandi che ha l’aspetto di un labirinto, in cui, come il gatto di Schrödinger, si è al tempo stesso consapevoli e persi, tra simboli, strane presenze, personaggi inquietanti, atmosfere in bilico tra sogno e altre dimensioni. In tutto questo, anche Lynch si ritagliò un ruolo da interpretare, quello dell’agente Gordon Cole. Lo stesso nome del protagonista di Viale del tramonto di Billy Wilder, un capolavoro di quel cinema noir anni Cinquanta che si respira spesso nelle opere di Lynch. E che si apre con il protagonista, morto, il quale inizia a raccontare la storia in cui è stato ucciso. 

Tante ragioni, distanti anni luce dall’essere esaustive, che rendono Twin Peaks un oggetto di culto. Fino alla terza stagione, il sequel prodotto venticinque anni dopo. E qui, finalmente liberi dalle logiche di un’emittente televisiva, la ABC, che se da una parte rese possibile il tutto dall’altra condizionò non poco le vicende della produzione (soprattutto nella seconda stagione), gli autori hanno confezionato un assoluto capolavoro.

Insomma, vale la pena andarselo a recuperare, Twin Peaks. Ci sono dvd, cofanetti, varie soluzioni di streaming. È chiaro che non potrà restituire la sensazione di partecipare a un evento collettivo, come avvenne in quegli anni, ma per capire a fondo quanto il mondo delle serie tv sia ancora oggi in debito con quest’opera non c’è modo migliore che riguardarsela. Provando a opporre resistenza alla tentazione di divorarla in modalità binge watching (e questo articolo lo scrive uno che è Gran Maestro di questa disciplina), così da rimanere appesi alla straniante foto che ritrae Laura Palmer, sorridente reginetta della scuola, con la quale si concludeva ogni episodio. 

Welcome (back) to Twin Peaks. 

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