fbpx

Novità

Tutto inizia con una scimmia

Lettori: 682

Tutto iniziò con una scimmia. Un orango, per la precisione. Un orango del Borneo. Un bestione che, appena sceso da una nave con un rasoio in mano, si infilò tra le strade di Parigi fino a irrompere in un appartamento, in via Morgue, dove fece fuori due donne.

Chi scrive, non per forza gialli, sa che ogni storia ha bisogno di un punto d’inizio.

Sa anche che si tratta di una forzatura, rispetto alla realtà, perché nella realtà un punto di inizio non esiste e ogni cosa è effetto di quanto è avvenuto prima e causa di ciò che avverrà dopo. Ma in una narrazione, quando dai fatti passiamo al racconto dei fatti, un punto di inizio è un riferimento che ci aiuta a non perdere la rotta. E anche nel tentativo di storicizzare un fenomeno culturale si percepisce quel genere di esigenza. Per cui, serve una data. Un momento. Qualcosa che ci consenta di collocare nel tempo questa cosa che a volte definiamo giallo, a volte poliziesco, a volte noir (ogni volta con sfumature diverse).

Dunque. Aprile 1841, sulla rivista The Graham’s Lady’s and Gentleman’s Magazine di Filadelfia compare uno strano racconto.

Si intitola I delitti della rue Morgue e l’autore è un certo Edgar Allan Poe. Il pubblico di allora già lo conosce, per altre storie che sono già state pubblicate. In questa, un duplice omicidio commesso in una stanza chiusa che la polizia non riesce a risolvere, fino all’ingresso in scena del personaggio che scioglierà l’enigma, riconducendolo a quell’orango.

Bene, questo racconto è considerato di solito quel punto di inizio che cercavamo.

Qui compare per la prima volta Auguste Dupin. Tornerà in altre due occasioni, con Il mistero di Marie Rogêt e La lettera rubata. Una trilogia, ovviamente.

Attento osservatore, ingegno analitico, deduttivo, con il suo ragionamento arriva dove la polizia non riesce e ricompone gli indizi come in un mosaico, fino alla soluzione. Uno schema che funziona. E che presto viene riproposto in altre narrazioni, per le quali Poe resta un punto di riferimento.

La scena che segue, per esempio, si svolge qualche anno dopo, in un appartamento al 221B di Baker Street.

– Spiegata così, la cosa sembra abbastanza semplice – ammisi sorridendo. – Mi ricorda il Dupin di Edgar Allan Poe. Non credevo che simili persone esistessero nella vita reale.

Sherlock Holmes si alzò e accese la pipa.

– Senza dubbio, lei crede di farmi un complimento paragonandomi a Dupin – osservò. – Ora, secondo la mia opinione, Dupin era un mediocre. Quel suo trucco di intervenire nei pensieri del suo amico, dopo un quarto d’ora di silenzio, è pretenzioso e superficiale. Senza dubbio, Dupin aveva una certa capacità analitica, ma non era quel fenomeno che Poe sembrava considerarlo.

Geniale. Un personaggio inventato che parla di un altro personaggio inventato come se fossero entrambi reali.

L’omaggio a Poe è palese. Ma non è soltanto l’indole di Dupin ad aver ispirato l’autore di questo dialogo, ovviamente Arthur Conan Doyle, che troviamo in Uno studio in rosso. C’è dell’altro.

La struttura stessa della narrazione. Se in Poe a raccontare le indagini dell’investigatore protagonista è, in prima persona, un suo amico, che non si presenta mai e che spesso viene identificato con lo stesso Poe, così per Sherlock Holmes il racconto ci arriva attraverso la penna del dottor John Watson.

Non il protagonista, ma la “spalla” (brutto termine, ingeneroso, ma efficace per capire il meccanismo). E un’altra simmetria: se la voce del personaggio che racconta Dupin è in genere attribuita allo stesso Poe, è bene notare che anche Conan Doyle e Watson avevano molto in comune, a partire dalla laurea in medicina.

Insomma, Poe non poteva saperlo, ma stava scrivendo un canone.

Un meccanismo narrativo che non avrebbe più smesso di funzionare. Un mistero, un investigatore, un’indagine, una spiegazione. Perfetto.

Come genere a sé, che si distingue per una regolare e inderogabile tecnica del raccontare e per la presenza nel racconto di personaggi a ruoli fissi, il romanzo poliziesco ha le sue origini più vicine e precise in Edgar Poe.

Lo scrive nientemeno che Leonardo Sciascia, in un agile e prezioso saggio intitolato Breve storia del romanzo poliziesco, pubblicato in eBook dal Corriere della sera, nella collana I Corsivi, e contenuto nella raccolta Cruciverba, pubblicato da Adelphi.

Sciascia ripercorre buona parte della storia del giallo, dai primi racconti ai protagonisti seriali, dall’hard boiled al poliziesco al noir, e al tempo stesso rappresenta, come autore, un momento importante di questo percorso.

Quello, cioè, in cui le storie di delitti, crimini e più in generale misteri da risolvere smettono di essere considerati narrativa di serie B (ma che lo fossero o meno è un discorso più complesso), usati a volte per un viaggio in treno e via, e il “genere” viene preso in mano da grandi scrittori, proprio come Sciascia (ma l’elenco è meravigliosamente lungo), che ne colgono la portata e lo trasformano in qualcos’altro.

Qualcosa che va oltre il meccanismo. Che lo usa, quel meccanismo. Ma lo fa portando con sé temi, aspetti, suggestioni, profondità e, più in generale, una complessità tale che prima era considerata prerogativa di ambienti letterari più “alti”.

Quando si parla di giallo moderno, infatti, oggi si fa riferimento al modo in cui questa struttura narrativa si presta a indagare i risvolti oscuri della nostra società, oppure quelli più intimi della nostra anima. Ma non solo.

Quale storia, oggi, può non definirsi un qualche tipo di indagine? In un certo senso possiamo dire che, senza rinunciare alla sua capacità di intrattenere i lettori tra colpi di scena e suspense, lasciandoli incollati alla pagina, il giallo moderno (nelle sue varianti cromatiche) grazie ai suoi autori può finalmente scrollarsi di dosso quel pregiudizio antico che lo rilegava a letteratura di consumo, e sentirsi a pieno titolo letteratura e basta.

Ecco. L’idea di questi appunti presi un po’ così, in ordine sparso, sarebbe di occuparsi di cose del genere. Ma era importante partire, da qualche parte. Quel punto d’inizio.

E, non dimentichiamolo, quel punto di inizio è una scimmia. Un orango, per la precisione.

Un orango del Borneo.

 

Per non perdere i prossimi articoli iscriviti alla Newsletter di Giallorama ==> MI INTERESSA